Era anche l’anno della tolleranza nei confronti degli immigrati.
Dalle repubbliche slave, in perenne stato di belligeranza, arrivavano torme di poveracci e di delinquenti.
Fu inventato il mercato degli esseri umani, una migrazione biblica che, dai paesi più remoti del Terzo Mondo, arrivava fino qua, su delle barche che avevano- e che hanno ancora oggi!- le sembianze di rugginose, vecchie tinozze. Le immagini televisive che ci venivano riportate erano di montagne di corpi vecchi e giovani.
Costoro, in cambio di somme di denaro offerte ad organizzazioni senza scrupoli, sfidavano i mari procellosi e sbarcavano sulle nostre coste.
La nostra coscienza di cattolici ed ex emigranti si voleva far carico delle loro pene.
L’Italia non era mai stata una nazione razzista e non poteva esserlo in quel momento.
Invece si faceva largo un pensiero diverso, una forma di auto tutela del territorio, soprattutto al nord, dove i disperati arrivavano richiamati dalla speranza di un posto di lavoro nelle industrie.
La crisi economica invece li relegava ai margini della società.
Di certo avrebbero sostituito gli Italiani nei lavori che non volevano più fare, soprattutto iniziando la sostituzione a partire dal mondo del crimine.
Furti, rapine, scippi iniziarono a dilagare in ogni regione.
Gli Italiani erano divenuti Signori anche in questo campo.
Così nasceva e si rafforzava la fobia del diverso. Extra comunitario divenne un accezione negativa, come lo era stata l’accezione “terrone” in precedenza per gli emigrati del meridione.
Anche Siena divenne preda di questi nuovi arrivati.
Fu facile gettarla, in breve tempo, nel terrore.
La città era del tutto impreparata a difendersi. Certi racconti dei genitori della mia ex fidanzata, relativi ai furti nelle case a Roma, ebbero immediatamente riscontro fisico.
Gente rapinata nel sonno, appartamenti, posti agli ultimi piani degli edifici, che venivano ripuliti completamente, fecero immediatamente dilagare un’idea che contrastava con la coscienza cattolica ed il carico delle pene dei derelitti.
Per riuscire a diversificare il buono dal cattivo fra i nuovi arrivati ci vorrà ancora molto tempo.
Sempre che, anche oggi, si possa affermare di essere in grado di farlo.
C’era la sensazione diffusa che i tempi stessero cambiando velocemente.
Gli anni ottanta ed il loro andamento edonistico erano stati cancellati via in un soffio.
Il sistema di governo precedente, detto in seguito “la prima Repubblica”, era stato spazzato dalla crisi economica e da Mani Pulite.
Le riforme diventarono urgenza nazionale.
Il maggioritario faceva capolino alle elezioni. Nuove formazioni politiche avviavano un percorso che arriverà fino ai giorni nostri.
Iniziò, quindi, un processo d’integrazione europea che farà arrivare a Siena, come in ogni città universitaria, mediante il progetto Erasmus, frotte di giovani di ogni nazione.
La città si sarebbe dovuta preparare ad accogliere questi nuovi ospiti.
La ricerca della modernizzazione delle nostre strutture divenne pallino fisso delle delle amministrazioni.
Proprio in questi anni vennero iniziati, a Siena, i lavori per la città cablata e, tutto il centro prima, l’immediata periferia poi, venne squarciata, per far posto a questi cavi miracolosi che avrebbero dovuto migliorarci la vita.
Via le antenne dai tetti e largo alle comunicazioni telematiche velocissime.
Di internet, però, ancora non c’era traccia, per lo meno nella coscienza pubblica.
Nelle scuole cominciavano a farsi spazio di nuovo le occupazioni studentesche, a strascico dei ricordi dei genitori dei giovani virgulti.
Gli ideali culturali dei movimenti sessantottini però non c’erano più e, apparentemente, neppure tanto da rivoluzionare, tanto è vero che questo movimento studentesco pareva tutto molto fine a se stesso.
Ci trovavamo proiettati tutti in un’incredibile fin de siecle, anzi di più, una vera e propria crisi di fine millennio.
A differenza dell’altra, non c’era la paura della fine del mondo, già esorcizzata dalla caduta del muro di Berlino, ma, piuttosto, il sentore che certi valori passati fossero esauriti completamente, per far posto a qualcosa di non conosciuto.
Diventava inconsciamente spaventoso.
Non ponevamo, però, sufficiente attenzione a fatti che, in seguito, avremmo ritenuto importanti.
In questo anno avviene il primo attentato al World Trade Center.
Alcuni anni dopo ne avremmo visto imponenti risvolti.In questa annata a Siena vi furono le inaugurazioni di due locali nuovi, con la musica dal vivo, il Barone Rosso ed il Cambio.
Fu un successo istantaneo.
Dal Re Artù, tutto il movimento degli studenti universitari, si spostò logicamente qui, in questi due locali.
Al Barone Rosso venivano fatte le cover e Ligabue vi viveva incontrastato. Ogni gruppo lo suonava, insieme agli U2 divennero la colonna sonora del locale, da allora, senza soluzione di continuità, fino ad oggi. La caratteristica del successo di questo locale è stata determinata da una strettoia creata dal banco bar che lasciava intendere che al di là vi fosse una moltitudine. E vi è sempre stata la moltitudine. Naturalmente chi lo aveva progettato aveva pensato ad un passaggio obbligato al bar, piuttosto che ad elucubrazioni successive.
Al Cambio si cimentavano gruppi rock in ascesa, oggi famosi, come i Negrita, aretini di nascita, che da qui partirono per la loro fulminante, stellare carriera.
Per citarli in una delle loro prime canzoni, era un “cambio di mentalità”, concetto valido in generale. In questo caso il concetto affrontato dai gestori di allora era valido anche in senso commerciale.
Tanto è vero che non tardò a lasciare ottimi frutti economici.
Al Re Artù, locale desertificato, provarono a dare un’impostazione da discoteca.
Furono invitate delle ragazze immagine.
Vista l’amicizia che mi legava ai proprietari, andai io a prenderle a Firenze.
Rimasi allucinato dai loro racconti.
Erano donne completamente fuse. Parlavano un fiorentino strascicato e, secondo me, non erano neppure belle.
Mi dissero che seguivano il flusso delle discoteche, che loro definivano “il movimento”.
Si trattava una specie di movida madrilena, ma fatta in tutta Italia.
Discoteche di tendenza ed after hours a seguire, disseminati ovunque, dove l’ecstasy e la cocaina rappresentavano il carburante che trascinava questa massa più o meno informe di gente.
Parlando successivamente con una mia amica medico neurologico, sono venuto a sapere che, già alla fine degli anni novanta, si vedeva arrivare in clinica un discreto numero di persone che, in quel periodo, si era bruciata non solo la testa, ma anche i capelli.
Effetto tragico della chimica.
Quando portai le ragazze al locale si cambiarono e uscirono vestite così: top minimo sulle tette, minigonna impalpabile, calze a rete strappate ed incredibili zeppe ai piedi.
Era la moda delle ragazze cubo di quegli anni.
Ebbi, alla loro vista, un flash mnemonico dei travestiti che avevo visto alle Cascine, a Firenze, negli anni Ottanta.
Si agitarono un po’ su dei tavoli, al ritmo di una musica nuova portata a volumi estremi, la tecno music.
La gente, poca per l’occasione, dopo averle derise per un po’, sgombrò dal locale e fluì verso i nuovi approdi notturni.
Gentilmente, riaccompagnai le ragazze a Firenze e tornai prestamente a Siena.
Nella stessa annata ebbi alcuni flirt velocissimi con delle studentesse universitarie.
Tutte vicende prive di significato, quanto meno da parte mia.
Non toccavo più la sfera dei sentimenti. Cercavo solo di fare ciccia.
A volte ero predatore e a volte ero preda.
Mi stava bene.
Ricordo una molto aggressiva.
La incontrai in Piazza del Campo. Le dissi una frase da romanzo d’appendice, al terzo o quarto minuto di conversazione: “ Per me l’amore è vero, sia che duri un minuto, sia che duri tutta la vita”.
Ottenni straordinariamente un effetto immediato.
Doveva proprio essere invasata, o per me, o per il sesso in generale, perché ho riprovato questa tattica con altre ed ho dovuto sempre battere in ritirata, senza sortire nessun tipo di effetto.
Baci istantanei ci portarono in un battibaleno a casa sua.
Nell’altra camera vi era la sua compagna col suo fidanzato.
Ci chiudemmo dentro, io cercando di non far rumore, mentre lei mi saltava addosso, con foga, sbattendomi sulla porta di camera.
Mi strappò, letteralmente, la camicia di dosso. Si stava palesando una furia!
Ne rimasi impressionato ed anche un po’ spaventato. Era una donna scura di incarnato, con un neo sul lato destro della bocca che faceva molto settecento. A suo modo era gradevole, nonostante i lineamenti abbastanza marcati. Sta di fatto, mentre iniziavamo a far sesso, che la guardavo e mi pareva una selvaggia, una donna primitiva.
Non mi dette tregua e, siccome era calduccio, mi rinfrescava con una spugna bagnata.
Mi prendeva e mi rinfrescava.
Mi parve insaziabile.
Riuscii a scappare verso le tre di notte.
Due giorni dopo ci ritrovammo e lo facemmo di nuovo.
Di nuovo, però, ebbi la sensazione di esser caduto nelle mani di una mantide e decisi di non vederla più.
Avevo ragione.
Dopo un mesetto la incontrai per strada e, a malo modo, mi ingiunse di fare di nuovo l’amore. Sottolineo che ho utilizzato, in questo racconto, una frase edulcorata: lei ebbe ben altre parole per esprimere questo concetto!
Mi licenziai, secondo me termine appropriato per la descrizione dell’evento e me ne andai per la mia strada.
Le avevo detto, del resto, che poteva trattarsi anche solo di un minuto.
Mi sentivo giustificato e non mi sentivo affatto uno stronzo, un bastardo, soprattutto nei suoi confronti, o, comunque nei confronti del sesso opposto.
Anzi, mi pareva di riappropriarmi di una gioventù trascorsa da fidanzato e non da giovanotto arrembante all’attacco.
Fui portato a casa e non parlai con nessuno fino al giorno successivo. Da allora non sono più stato realmente bene a livello fisico. Sentii al telefono la ragazza romana nei giorni successivi, le dissi subito di non chiamarmi più. Mi conoscevo e sapevo di non provare sentimenti nei suoi confronti.
Non volevo straziarla, visto che non ero in grado di avviare un’altra relazione a distanza. Direi, più in generale e più onestamente, di non essere stato pronto per ogni genere di relazione.
Nonostante tutto, quella giovanotta vive nella mia testa come uno dei ricordi più cari.
La Commedia del Liceo fu un’esperienza completamente nuova per me.
Il Comitato del Liceo, al quale avevo partecipato durante il mio periodo di studi, organizzava da anni una Commedia auto gestita, ma finanziata dalla scuola. Il Preside era il Capocomico, una forma di produttore del lavoro. Sponsorizzava lo spettacolo in quanto era diventato un ottimo veicolo pubblicitario per le nuove iscrizioni, oltre a rappresentare un’esperienza formativa per gli studenti.
Fac simile dell’Operetta, La Commedia è strutturata in recitato e cantato. Anche qui, fino a quest’annata, vi avevano recitato solo maschi. Per i Goliardi rappresentava quindi un bacino di future Matricole nonché di futuri attori.
Le ragazze, però, manifestavano sempre di più l’intenzione di potervi partecipare. L’istituzione scolastica faceva pressione affinchè questo avvenisse: sarebbe stato più produttivo il loro ingresso nello spettacolo. Quindi decidemmo di farle partecipare. L’anno precedente era stato loro concesso dal Comitato, di fare le coriste, nel golfo mistico, accanto all’orchestra. In questo spettacolo salirono sul palco, come ballerine. Non fu facile convincere i ragazzi della bontà della scelta, ma, i risultati ci dettero ragione. Inoltre con le donne in scena lo spettacolo si era notevolmente differenziato dall’Operetta, ed aveva preso una luce diversa. Non migliore o peggiore, solo diversa.
Le prove si svolgevano all’interno della scuola alla presenza fissa di un insegnante, che si riproponeva inutilmente di controllare che si tenesse un comportamento consono. Naturalmente i ragazzi e le ragazze insieme facevano una miscela esplosiva.
A quell’età è inevitabile. Mi ritengo fortunato che non mi sia accaduto niente di irreparabile, tutte le volte che mi sono accostato a quel genere di spettacolo: mi sentivo, forse, sin troppo responsabile del gruppo.
In ogni caso, con i ragazzi, come al solito, riuscii a creare un gran feeling e, da quel gruppo, ho sortito amicizie indissolubili. Oggi sono diventati medici, musicisti, avvocati, notai, ingegneri, madri che vedo e con cui trascorro spesso i fine settimana.
Ne è uscito anche un attore vero: oggi appare spesso in alcune pubblicità ed in alcuni film in parti minori.
Da qualche parte si deve sempre iniziare, non vi pare?
Non so se per auto convincimento, ebbi, subito dopo, una relazione con una ragazza molto più giovane di me, una studentessa dell’Istituto d’Arte.
Sarebbe diventata scenografa del mio spettacolo estivo. Era divertente e le piacevo perché tenevo un atteggiamento molto sopra le righe. Me lo aveva confidato. Un giorno, dopo aver fatto l’amore, la trovai che rideva a crepapelle e faceva dei salti nel letto, dei veri e propri zompi. La portavo a cena nei ristoranti e si vergognava con i camerieri: si copriva il volto con i riccioloni mori. Temeva che conoscessero suo padre e facessero la spia. Mi faceva divertire, insomma.
Mia madre, facendo le pulizie a casa mia, trovò un suo documento: mi ricoprì di offese, gridandomi che ero un disgraziato e stavo rovinando una ragazzina.
Fu brava come scenografa: mi fece degli splendidi bozzetti.
Avrei voluto innamorarmene e forse lo avevo quasi fatto, quando mi comunicò, stile conte Mascetti di Amici miei, che mi lasciava per un chitarrista di un complesso rock.
Oggi, donna matura, ha una famiglia e fa la grafica pubblicitaria, ancora mi ferma con piacere e affetto e mi racconta la sua vita e le proprie problematiche.