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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 11:59
martedì, 28 febbraio 2006

Nei giorni successivi decidemmo di darci da fare a vedere cosa offriva Sidney e dintorni.

Intanto per cominciare ci parve indispensabile vedere una delle spiagge più note al mondo: Bondi beach.

Mentre vi andavamo, avevamo cercato di farci un’idea di come sarebbe stata. Immaginavamo di trovarci di fronte alla ormai solita spiaggiona sconfinata con selvaggi surfisti pronti a cavalcare la Grande Onda.

Anche per le onde ci venivano in mente mezzi tsunami: eravamo forse un po’ deviati dalle immagini televisive.

Quando vi arrivammo fu una mezza delusione.

Intanto si tratta di una spiaggia cittadina, densissima ogni giorno ed ad ogni ora di australiani che là vanno per trascorrere le ore libere dal lavoro.

Assomiglia alle nostre spiagge perché vi sono tutti gli elementi riconoscibili tipici: il casottino per i pasti veloci, l’edicola, il negozio di articoli sportivi tipicamente marittimi.

La differenza sostanziale la fanno, come al solito, i guardia spiagge che hanno la solita mise colorata.

Qua la gente fa il bagno fino ad un certo punto, che è ben segnalato con una serie di boe a scalare, dove al loro confine ultimo son poste delle reti a difesa dall’invasione degli squali.    

 

 

In ogni caso ci andò bene ugualmente per le ore da trascorrere in libertà e per coltivare un’abbronzatura seria per il ritorno in Italia.

Nel pomeriggio tornavamo in albergo dove vi era una splendida palestra, molto ben attrezzata, dove ci eravamo mesi in testa di coltivare un po’ il nostro fisico, oggettivamente molto provato dalle mangiatacce a base di canguro, emu, coccodrilli, pesci vari, schifezze fritte etc.

Per rimediare allo sforzo fisico, ce ne andavamo alla ricerca di pubs nella zona dei Rocks, dove prendevamo aperitivi. Quindi annullavamo ogni effetto benefico raggiunto in palestra.

 

 

Qui, man di mano che andavamo in avanti nella conoscenza del posto, ci rendevamo conto che gli Italiani emigrati sono un numero molto serio. Su una popolazione di circa diciotto milioni di abitanti, circa cinque sono di Italiani. Si vede anche bene la loro presenza a  Sidney: se prendi un taxi spesso alla guida vi è un connazionale, se vai al ristorante spesso incontri pizzerie dai nomignoli che ricordano il Vesuvio ed i proprietari spesso, se non sempre, sono Italiani. L’acqua minerale che va per la maggiore è la San Pellegrino.

Tutto questo mi fece tornare a memoria quel film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale.

Di certo non vi trovai il circolo degli emigrati italiani, ma la sede di rappresentanza del Monte dei Paschi di Siena, mi riportò immediatamente a casa con la mente.

 

 

Discutemmo un po’ in relazione alle persone fortunate che là vivevano. Credo che sia stata l’unica volta che ho invidiato un dipendente bancario. In ogni caso concludemmo che noi vedevamo Sidney come una città meravigliosa a causa della vacanza che vi stavamo trascorrendo. Coloro che vi lavorano l’avrebbero dovuta vedere più semplicemente come un posto di lavoro ed i posti di lavoro sono sempre posti di lavoro.

E basta.

 

 

La scelta dei ristoranti fu sempre positiva, a mio parere.

Soprattutto una sera che facemmo un’incredibile serata degustazione, presso il ristorante di un albergo.

Devo dire che dovevamo sospettare qualcosa dall’assenza completa di clienti. Ci volemmo fidare ed andammo. Per cento dollari australiani, centomila delle vecchie lire, cinquanta euro di oggi a testa ci portarono quindici portate di pietanze tipiche australiane, con quindici vini diversi.

Immaginatevi cosa ne venne fuori.

Alla fine eravamo abbastanza ubriachi per dire e fare sciocchezze. Lasciammo ai camerieri centocinquanta dollari di mancia: erano totalmente impazziti. Chiedemmo loro dove saremmo dovuti andare per trascorrere il resto della serata e si offrirono per guidarci ovunque.

Meno male li congedammo.

Uscendo uno dei miei compagni di viaggio, preso da un raptus di finta ricchezza fece una scenata inutile ad un valletto dell’albergo perché non era stato estremamente veloce nella ricerca di un taxi.

Avremmo dovuto andare a letto, viste le condizioni, invece volemmo andare a vedere dei clubs che ci erano stati suggeriti dai camerieri.

All’interno di uno di questi, il polemico bevve una birra fredda ed ebbe un attacco diarroico.

Non riuscì ad entrare in tempo dentro al wc del locale e se la fece addosso.

Quando riuscì gli era passata la sbronza, era bianco cadaverico e, soprattutto era stato costretto a gettare le mutande.

Quando si dice che le vie del Signore sono infinite…
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postato da lucavirgili alle ore 12:19
lunedì, 27 febbraio 2006

Quando arrivai presso la posizione degli amici feci finta di niente e, poco dopo, ripartimmo per Brisbane dove avevamo l’aereo per Sidney, ultima tappa del viaggio.

 

 

Ormai Brisbane non aveva più segreti per noi, quindi ripetemmo il solito iter della prima visita.

Stesso ristorante, stesso casinò, una birreria prima del rientro in albergo.

 

 

Qui incontrammo dei nuovi personaggi: i tifosi del rugby.

Vi era, non saprei dire quale, una competizione internazionale e vi erano molti uomini di diverse etnie europee e non.

Li trovammo molto diversi dai tifosi del calcio. Innanzi tutto non erano affatto violenti, anzi erano fraternizzanti, molto socievoli e, soprattutto simpatici. Stavano tutti assieme e bevevano delle quantità industriali di birra.

Giudicai il rugby in maniera dal passato. Oggi mi piace anche vederlo, quando lo passano in tv.

 

 

Volammo a Sidney.

Avevamo delle aspettative per la città che non vennero tradite quando ci apparve.

Venne immediato pensare che eravamo di fronte ad un connubio splendido di vecchio e nuovo. Anzi nuovissimo.

Nello stesso tempo appariva città ponte sia con l’Europa, che con le nuove città asiatiche e, perché no, con gli Stati Uniti.

Grattacieli che sorgevano imperiosi da dentro ad edifici ottocenteschi, evidentemente non dimenticati nella moderna razionalizzazione per mantenere vivo il ricordo del passato.

Abitando a Siena, apprezzai moltissimo l’avvicinamento degli stili.

Mi parve un po’ come, visibilmente, è avvenuto, più e più volte, nella mia città, procedendo al contrario, dalla torre-casa torre gli edifici si erano dilatati versi la forma del palazzo nella successione dei vari secoli ed a seguito delle variegate esigenze abitative. 

 

 

All’interno della città vi era un trenino che viaggiava su di una  monorotaia. Questo aiutava a superare un traffico non esagerato a confronto di altre metropoli, segno di un’ottima progettazione urbanistica.

Mi colpì la pulizia della città ed il silenzio notturno.

 

 

Ci sistemammo in albergo, dove finalmente ritrovai un’efficace servizio di lavanderia, diventato di nuovo indispensabile.

Durante il pomeriggio, facemmo un’esplorazione del centro.

La città si stava preparando per accogliere le Olimpiadi ed i lavori premevano. Avendo vissuto l’esperienza di Italia 90, mi parvero molto meglio organizzati di quanto avessi visto da noi.

C’erano negozi di ogni firma internazionale, con le nostre maggiori aziende italiane ben presenti.

Questo mi rese fiero del nostro lavoro.

Facemmo sosta immediatamente e shopping in alcuni di essi dove dovetti acquistare, a causa del tempo di lavanderia, un paio di magliette ed un giacchetto estivo.

Comprammo anche cose strane tipo occhialetti da piscina, cuffie da bagno, orologi con marchi olimpici. Mi pareva una cosa stupida, invece, una volta tornati in Italia, i destinatari di quei regali risultarono entusiasti della scelta.

Le Olimpiadi rimangono sempre un evento enorme nell’immaginario collettivo.

 

 

Alla fine del pomeriggio, decidemmo di prendere un aperitivo e ci rendemmo conto che la gente frequentava per questa abitudine sia i pubs tipicamente di stampo anglosassone, sia i raffinati bar degli alberghi, dove si dava ritrovo l’upper class. Lo si notava bene dagli abiti, naturalmente.

 

 

Ce ne accorgemmo andando al bar del nostro albergo.

All’inizio eravamo soli.

Si vedeva che il barman ci aveva servito dei cocktails piuttosto velocemente, ma non si capiva il perché.

In men che non si dica ci ritrovammo immersi in una nuvola di signori, tutti finemente vestiti con professionali abiti scuri, che ci squadravano dall’alto al basso.

 

 

Noi eravamo dei turisti vestiti da barboni.

Facemmo finta di fregarcene, ma segretamente avremmo voluto essere anche noi eleganti come loro.
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postato da lucavirgili alle ore 16:01
venerdì, 24 febbraio 2006

Quando arrivammo in macchina ci svelò l’arcano.

Aveva trafugato un segnale stradale. Il delinquente lo aveva svitato di soppiatto. Mi fece arrabbiare. Se c’è una cosa che non sopporto è proprio il vandalismo. Lo trovai stupido ed inutile. Come ritengo stupidi coloro che nella mia città staccano pezzi di marmo dalle statue o teche dai muri.

Ne seguì un periodo di tensione per l’accaduto.

Naturalmente non lo lasciò e lo volle portare con sé per il resto del viaggio.

 

 

Il giorno successivo ce ne andammo a visitare Noosa.

Quella cittadina mi piacque molto più di Surfers Paradise. Qui vi arrivammo di mattina. Quando superammo un costone si aprì davanti ai nostri occhi un porto elegantissimo con centinaia di barche bellissime. Evidentemente era una cittadina di un certo tono, con una spiccata propensione al turismo velico.

Ci fermammo entusiasti.

Trovammo un parcheggio pubblico da cui si poteva procedere a piedi verso la spiaggia.

Indossammo immediatamente le ciabattine e col telo in spalla ci mettemmo in cammino. Scendemmo una scalinata in legno fino all’arenile. Ci sistemammo ad una cinquantina di passi di distanza. Giusto per non fermarsi proprio davanti. Mentre mi mettevo la crema protezione venti, arrivarono dei ragazzi. Un gruppo misto con le donne che si sdraiarono quasi immediatamente ed i ragazzi che, in men che non si dica, formarono due squadre per giocare a rugby, sport nazionale.

Arrivò un cretino con un’acqua scooter per  fare delle evoluzioni davanti alle ragazze: facile fu dedurre che la spiaggia accoglieva tutti i giorni bellezze locali.

 

 

Siccome il tipo con l’acqua scooter m’infastidiva, decisi di fare una passeggiata lungo la spiaggia.

Era senza fine e, apparentemente, deserta. Pensai alle nostre spiagge completamente affollate e coperte d’ombrelloni, con altoparlanti che gracchiano e strilloni che vendono bomboloni.

 

 

All’orizzonte, ad un certo punto, vidi apparire una coppia che procedeva verso di me.

Da quanto erano lontani le figure erano ben poco definite.

Riuscivo a percepire soltanto che si trattava di una coppia mista. Non c’erano tanti neri in Australia. Era uno dei pochi casi che mi era capitato di vedere. Ma non ci feci molto caso.

Era una giornata meravigliosa ed io stavo in un contesto di natura eccezionale. Nel lato verso la terra vi era una specie di macchia secca che andava a miscelarsi con il verde più imponente e forte della vegetazione circostante.

La coppia nel frattempo si avvicinava sempre di più e cominciavo a pormi i primi dubbi su quale fosse l’uomo e quale la donna, visto che entrambi avevano i capelli lunghi. Guardai meglio. Non vedevo nessun pezzo di costume superiore. Pensai che magari la donna fosse in topless.

Alla fine li vidi: erano due uomini, nerborutissimi, che si tenevano per mano e passeggiavano chiacchierando.

Niente di strano se non fossero stati nudi.

Al cospetto di tanto eccesso di naturismo decisi di tornare indietro e di accelerare anche un po’ il passo. Chissà, magari i miei compagni di viaggio potevano essere in pensiero per la mia assenza prolungata.

In effetti mi pareva di aver fatto veramente tardi e accelerai ancora di più.

Arrivai alla corsa pura.

 

 

Mentre correvo mi ponevo il dubbio se avevo invaso un territorio riservato. Non avrei voluto creare dei malintesi.

 

 

Caspita sono eterosessuale convinto ed un malinteso sarebbe stato un po’ troppo forte per me.

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postato da lucavirgili alle ore 10:30
giovedì, 23 febbraio 2006

Da Frazer Island ripartimmo e cominciammo l’esplorazione in macchina della Gold Cost.

Avevamo deciso di non prenotare alberghi e di adottare una forma di turismo randagio: ci saremmo fermati dove più ci sarebbe piaciuto. Eravamo comunque tranquilli, vista la propensione turistica dell’area che stavamo per visitare.

 

 

Durante questo viaggio automobilistico avemmo la sensazione che quel continente fosse realmente spaventoso per l’ampiezza, con una parte abitata lungo le coste e, subito al di là dell’abitato una quantità di territori, mi verrebbe da dire, da civilizzare.

 

 

Il mare poi è bellissimo.

La strada che andavamo percorrendo disegnava il profilo della costa. L’oceano vi sbatte con tutta la sua potenza poche decine di metri più sotto.

Vi sono chilometri e chilometri di spiagge, di rive scogliose assolutamente fantastiche dove solo gli uccelli là dimorano, liberi.

Il pomeriggio il sole va radere la linea dell’orizzonte, creando una serie  di riflessi fra la terra, rossastra ed il mare. E’ un territorio bellissimo.

 

 

La prima cittadina che incontrammo fu Surfers Paradise.

Mi parve una città stile Rimini, pronta a ricevere migliaia di turisti ed attrezzata per il divertimento. Naturalmente molto meno organizzata e meno estrema di Rimini.

Qui ci arrivammo di sera. Chiedendo in giro, trovammo un motel di tipico sapore americano che ci parve luogo eccezionale per regalarci un’idea ulteriore di avventura. Regolammo velocemente la questione economica con il gestore che viveva in un casottino dove vi era la TV accesa ed una teca con le chiavi degli appartamenti attaccata. La camera era una tripla con bagno. Fu allora che mi tornò in mente che erano australiani e non americani e, sicuramente, erano degli eroi nazionali.

 

 

La sera facemmo l’esordio nei luoghi del divertimento, andando in un locale notturno impostato come i locali country americani. Qui la gente era fedelmente addobbata con jeans stretti, camice a quadri con cravattino, gilet, cintura con borchia ed enormi cappelli western. La musica era di riferimento ed accompagnava i giri di bevute al banco bar. Di fronte vi era l’affollata pista da ballo dove un gruppo misto ballava in gruppo in un modo per me buffo che pareva a metà tra l’Hully Gully e una danza tipica tirolese. Oltre la pista vi erano gli immancabili biliardi.

Facemmo un paio di partite, senza conoscere le regole e poi ce ne andammo a letto.

 

 

Il giorno successivo andammo in spiaggia.

Vi erano delle aree dove la gente si concentrava e non riuscivo a capirne le motivazioni, anche perché non c’erano stabilimenti balneari come li intendiamo noi.

Avvicinandoci ci rendemmo conto che vi erano le torrette dei guardia spiaggia. Erano degli omaccioni con delle cuffie gialle e rosse in testa che li rendevano molto visibili e che se ne stavano su delle sedie rialzate stile arbitro del tennis. Alla base vi erano surf e gommone per l’eventuale intervento in mare. Così riuscivano a tenere sotto controllo i bagnanti che, molto educatamente, si lasciavano controllare. Devo dire che il mare è molto più pericoloso del nostro e rimanere avviluppati dalle sue spire è piuttosto facile. Senza contare il pericolo squali. Là ho compreso che attaccano solo i surfisti, scambiando la forma della tavola per la loro preda preferita: la foca.

 

 

Camminando sulla spiaggia vedemmo una traccia di un piede con una malformazione. Uno di noi, un po’ deviato verso il feticismo, fece tutta una filosofia sulla qualità della vita che si poteva notare facilmente dalla postura dei piedi: una persona dai piedi rovinati non doveva fare una vita piacevole.

Ci lasciammo prendere dalla stupidaggine e inseguimmo quelle tracce fino a trovare il colpevole. Si trattava di una donna, oggettivamente un po’ lasciata andare, che passeggiava. L’aspetto esteriore andò a confortare la tesi del feticista e decidemmo di tranquillizzarci e di sederci là a prendere il sole.

 

 

Come mi toglievo la maglietta, ormai, facevo il bagno nella crema protezione venti, terrorizzato come ero dai raggi del sole.   Quindi passai un bel po’ ad umettarmi di questa pozione.

Poi mi dedicai a guardare le persone che mi circondavano dal bagnasciuga: non riesco a stare fermo sulla spiaggia, mi annoio.

Non mi accorsi che il feticista si era allontanato. Ad un certo punto mi girai verso il luogo dove avevamo disteso i teli e vidi in lontananza arrivare il feticista con qualcosa sottobraccio.

Aveva il suo telo giallo che copriva qualcosa. Quando arrivò da noi velocemente inserì l’involucro dentro alla zaino. Gli chiesi di cosa si trattava ma lui si mise a ridere e disse che ce lo avrebbe fatto vedere più tardi.

Decidemmo di andare a pranzo immersi nella curiosità.
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postato da lucavirgili alle ore 12:08
mercoledì, 22 febbraio 2006

Da Lizard Island volammo di nuovo a Cairns e, qui avevamo prenotato il volo per Brisbane.

All’aeroporto ritrovammo in deposito il dipinto aborigeno e riiniziammo la procedura d’imbarco.

Durante il volo facemmo amicizia con la hostess, una bella ragazzona bionda, tipicamente anglosassone. Nonostante i nostri sforzi non volle cenare con noi, una volta arrivati a destinazione e, francamente, non credo che si sia perduta gran che.

 

 

A Brisbane prendemmo una macchina in affitto, un grosso fuoristrada rosso fuoco, con il quale raggiungemmo il nostro albergo. Una volta arrivati uno dei miei compagni di viaggio venne colto da un attacco di gioco d’azzardo virulentissimo. Aveva saputo che vi era un casinò e doveva andare assolutamente a giocarvi.

 

 

Cenammo quindi presso un ristorante dalla costruzione semisferica completamente vetrato: era una figata pazzesca soltanto entrarvi.

All’interno mangiammo subito la solita selezione di ostriche, per poi strafogarsi di crostacei vari.

Alla fine del pasto ci dirigemmo alla volta del casinò.

All’esterno appariva come una costruzione ottocentesca, completamente illuminata, con i fari che sparavano, dal basso verso l’alto, potenti fasci di luce, rendendo la costruzione una specie di castello da favola.

 

 

All’interno il lusso si sprecava. Marmi e ottoni a gran profusione ci circondavano, dando l’idea di essere arrivati al palazzo delle feste.

Mi voltai per capire che gente frequentasse quel posto e, con mia grande sorpresa, non vedevo alcun James Bond in smocking seduto al tavolo della roulette, né modelle che si aggiravano alla ricerca del pollo da spennare.

Vi erano molti uomini in maglietta. Non erano brutti, erano sciatti nel vestire. In ogni caso molto meglio delle signore che li accompagnavano che mi parvero delle virago, delle enormi energumene estremamente tettute. Sfido, mi dicevo, che in Australia vi è un tasso di omosessualità altissimo. Con le donne che hanno è facilmente spiegabile!

 

 

Mentre facevo le mie sperequazioni sul locale, il mio amico già stava perdendo al tavolo del black jack ed, in poco tempo, fummo in grado di tornarcene in albergo.

 

 

Il giorno successivo partimmo alla volta di Frazer Island.

Questa volta ci muovemmo con la macchina. Raggiungemmo un porto a circa 150 km di distanza da Brisbane dove ci imbarcammo su di un traghetto che raggiunse l’isola nel pomeriggio. Una volta arrivati nell’unico albergo dell’isola, andammo a fare la doccia e scendemmo nella hall. Qui vi erano svariate foto del Principe di Galles, Carlo, in visita ufficiale. L’aria condizionata teneva la temperatura ad un livello quasi polare ed eravamo completamente contornati da torme di pescatori e turisti di ogni parte del mondo.

A cena trovammo sul menù il coccodrillo. Naturalmente lo volli assaggiare e lo trovai veramente buono e saporito. Capita che anche il più antico predatore del mondo venga predato e divorato dal predatore più nuovo e più cattivo: l’essere umano.

 

 

Il giorno dopo prendemmo in affitto un’altra auto fuori strada, una Land Rover Defender, più adatta al territorio circostante. Prima di partire ci fecero un corso accelerato di guida in fuoristrada con dei filmati dell’isola. Il terreno era completamente sabbioso e pieno d’insidie di ogni genere, da fosse che si aprivano all’improvviso sulla strada, fino ad enormi radici d’albero nascoste sotto pochi centimetri di terra, in grado di rompere i semiassi di un carro armato.

Qui ci fecero anche una serie di raccomandazioni relative ad incontri con i famigerati dingoes, cani selvatici australiani, ai quali non avremmo dovuto dare confidenza.

Ci venne da ridere e partimmo.

La giornata fu fra le più belle di ogni viaggio da me precedentemente fatto. L’isola è fantastica: è piena di alberi enormi dai quali è facile veder uscire enormi lucertoloni lunghi un paio di metri che, lentamente, attraversano il percorso stradale, per niente infastiditi dalla tua presenza. 

Delle radure con laghetti naturali si aprono improvvisamente alla tua vista, magari sovrastati da dune di sabbia, dove corri scivolando all’impazzata. Nei laghetti ti viene spontaneo di farci il bagno e chiaramente in uno di questi ce lo facemmo. Ritornato in Italia, un po’ di tempo dopo, ebbi modo di vedere un documentario relativo proprio a Frazer Island dove riconobbi facilmente il laghetto del bagno. In quel laghetto vi vive uno dei serpenti d’acqua più velenosi del mondo. Mi sentii gelare il sangue. Eravamo stati completamente incoscienti. Consumammo un pasto che ci eravamo portati dall’albergo e con l’odore del cibo venimmo immediatamente circondati dai cani. Non ci restò che terminare il pasto rinchiusi nella macchina.

Arrivati sulla spiaggia, ci stupimmo dell’ampiezza di questa.

Qui, a causa delle piogge, si aprivano dei profondi canali che arrivavano fino al mare. Decidemmo di fermarci un po’ per scattare delle foto. Mentre scattavamo vedevamo pescatori con enormi canne da pesca in azione, auto in scorrimento pressochè continuo, stile autostrada e, addirittura piccoli aerei che là atterravano e decollavano.

Decidemmo di continuare l’esplorazione dell’interno che ci parve cosa più bella. Mentre ero alla guida, cominciai ad avvertire degli strizzoni alla pancia violentissimi. Il coccodrillo della sera precedente si era preso la rivincita sul predatore, forse e mi costrinse ad una fermata improvvisa fra gli arbusti. Qui venni pizzicato da un insetto in una parte del corpo che difficilmente potrei spiegare, e, essendo io dai tempi del Costa Rica troppo sensibile al veleno degli insetti, venni colto da un prurito allucinante e da gonfiore immediato.

Fu difficile il ritorno in albergo.

Non avevo dolore ma ero costretto ad una gestualità ben poco ortodossa in società.    
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