La mattina successiva, mentre mi stavo preparando all’appuntamento, mi sento chiamare al telefono. Era lei che mi chiamava dalla reception. Voleva incontrarmi e già compresi che qualcosa era cambiato da poche ore prima, quando ci eravamo lasciati.
La vidi arrivare in lontananza, un poco dimessa, indossava un paio di pantaloni verdi militare ed una maglia rosa. Aveva gli occhiali neri da sole che le coprivano gli occhi.
Parlò in maniera immediatamente diretta e mi disse che sarebbe stata cosa migliore se non avessimo prolungato ulteriormente la nostra relazione.
Non replicai.
Poi mi abbracciò, mi baciò intensamente e se ne andò senza voltarsi.
Venni pervaso da un senso di amarezza.
Cosa mi stava succedendo?
Ero rimasto travolto da quella donna, così lineare, così chiara, sia nella fase del corteggiamento, sia nella fase del rilascio.
Mi sentivo usato e gettato via come un cleenex.
Un comportamento decisamente maschile il suo.
Mi chiesi quante volte mi fossi comportato analogamente e mi vennero in mente diverse situazioni. Se avevano provato le mie stesse sensazioni, chissà quanta amarezza devo aver lasciato in bocca alle povere malcapitate.
Ma non ero pentito dei miei misfatti, come certamente non avrebbe dovuto esserlo lei, vista la freddezza.
E se, nella sua visione, invece, fossi stato un disastro a letto?
Possibilissimo!
Ecco oltre alla sensazione di essere stato usato, mi venne in mente che potevo essere stato un incredibile bluff erotico ed aver tradito le sue aspettative. Se fosse stato così allora potevo anche gettare la spugna e darmi alle bocce per il resto della vita.
Però poteva essere questa la motivazione: vista la mia astinenza forzata, potevo non aver più cognizione di causa.
Alla fine mi piacque di più pensare in maniera romantica: vista la distanza spazio temporale che esisteva fra noi, sarebbe stato molto meglio non crearci illusioni e vivere la nostra vita. Era stato un momento intenso ed indimenticabile, ma non dilatabile.
Questa versione poteva andare, mi creava un minor numero di sensi di colpa.
Cazzo!
Quanto mi coceva però!
Nei parlai con in miei amici e si accorsero che stavo un po’ soffrendo. Anche da loro non trovai altre giustificazioni tranne quelle che avevo dedotto da solo.
Poi non ne volli più parlare.Ero in difficoltà per molteplici motivi.
Mi sentivo irretito dalla sua richiesta ed anche abbastanza inorgoglito. Dopo così tanto tempo che non frequentavo alcuna donna, mi ero trovato di fronte una che si era fatta avanti di sua sponte e mi chiedeva di potermi rivedere.
In altra istanza ero spaventato.
Mi ponevo il dubbio di come mi sarei comportato, se sarei stato in grado di affrontarla e di confermare questo suo giudizio poco più che ottico.
La mattina successiva, quando arrivai in piscina, lei era già là. Questa volta era assieme solo al romano ed alla sua ragazza.
Vedendomi mi sorrise e mi venne incontro a nuoto. Quando mi raggiunse, senza alcun tipo di preambolo mi baciò, venni colto di sorpresa e mi venne un po’ goffo. Mi rimproverò di aver dormito troppo: erano le dieci e mezza del mattino, non era prestissimo, ma, tutto sommato ero sempre in vacanza!
Durante quella giornata parlammo a lungo. Mi raccontò che era di Cienfuegos, una città nell’interno dell’isola cubana. La ragazza che era con il romano era la sua amica del cuore che si era trasferita in Italia, a Roma, dove ormai viveva da più di un anno. Avevano trascorso un periodo a Cienfuegos tutti insieme, poi avevano proseguito verso L’Avana, dove avrebbero concluso il viaggio. Mi confessò che era nelle sue intenzioni trasferirsi in Italia di cui la sua amica le aveva tanto decantato la bella vita e le bellezze romane, sia monumentali che umane.
Poi ci furono vari momenti di approccio più imponente da parte sua: mi chiese per quale motivo non fossi sposato o fidanzato e, di conseguenza, mi si propose in azione di corteggiamento serio e convinto.
Non mi era mai capitato di essere così corteggiato tanto che alla fine mi veniva da comportarmi in maniera femminile: se si avvicinava troppo la tenevo a distanza, cercavo di incoraggiarla nella sua proposizione e, nello stesso tempo, mi ritraevo senza lasciarle troppi punti di riferimento.
Sta di fatto, quando arrivammo al pomeriggio, che mi chiese di cenare assieme. Le dissi che non volevo lasciare troppo soli i miei compagni, non mi pareva giusto nei loro confronti, visto che uno di loro si era sentito male in maniera seria e ormai da tutta la giornata era chiuso in camera in preda al morbo di Montezuma. Pronta come una volpe, mi disse che sarebbe venuta anche con miei amici, comparando il suo comportamento con il mio, visto che, tutto sommato, ero stato per quasi due giorni con i suoi amici e, per questo, avrebbe conosciuto anche i miei.
La cosa mi costò il pagamento del conto per tutti, naturalmente, per il massimo divertimento dei miei compagni, in particolar modo di quello che stava bene, che pensò bene di ordinare, per l’occasione, un vino francese, andando a sceglierlo direttamente nella cantinetta refrigerata nonchè tutte le prelibatezze del ristorante.
Mentre li maledicevo, dentro di me riflettevo sulla ragazza che avevo a fianco: era vestita con un abito corto nero ed aderente, in Italia sarebbe stato eccessivo, ma là non stonava troppo. Di certo non era affatto invisibile, perché quando eravamo entrati aveva attratto l’attenzione di tutti, in positivo per quanto riguardava l’osservazione maschile, in negativo quella femminile, con la particolarità di una signora italiana, seduta vicino al nostro tavolo, che la stigmatizzò negativamente al marito, scambiandola evidentemente per una ragazza a pagamento.
Invece fu molto carina e, durante la cena, colloquiò con i miei amici raccontando come ci fossimo conosciuti ed altre facezie da neo fidanzatini.
Mi veniva spontaneo di osservarla con un certo distacco.
Mi venne da chiedermi quante volte le donne, che avevo corteggiato ed avevo portato a cena con amici, mi avessero guardato con la stessa sensazione e quanto potessero essere state guardinghe nei miei confronti.
Ad un certo punto si deve essere accorta di questa mia estraneazione, visto che chiese a miei amici come fossi nel mio vivere quotidiano. Le spiegarono che ero un uomo molto impegnato in così tante attività che non riuscivo a staccare mai completamente la spina: questo era il mio peggior difetto.
Dopo cena, lasciammo i miei amici liberi, li salutammo e ce ne andammo in un locale lussuoso all’interno di una albergo.
Durante il tragitto in taxi, ricordo che la ragazza si consultò con il taxista affinchè le consigliasse il locale più bello perché le stavo a cuore, spiegò, in spagnolo, in maniera tale che la capissi.
A quel punto decisi di lasciarmi andare.
Al pub mi concessi un paio di rum ed un sacco di chiacchiere chick to chick. Dopo un’oretta uscimmo, una volta all’esterno dell’albergo, la abbracciai e la baciai con vigore e questa volta non fui affatto goffo.
Chiamai un taxi e mi feci portare in albergo.
La portai in camera mia. Gli amici non erano rientrati, erano andati in discoteca. In poco tempo eravamo nudi. Fui colto da una certa ansia da prestazione, che vinsi quando mi immerse la faccia nella massa setosa dei suoi capelli. In quel momento mi parve oltre che bella, molto eccitante.
Mi venne di fare l’amore, più che il sesso.
Dolcemente mi venne da baciarla in tutto il corpo, comprendendo il suo piacere dal suo sospiro che diventava sempre più affannato.
La penetrai, muovendomi senza fretta continuando a baciarla sul collo, sempre osservando i suoi occhi socchiusi, le sue labbra carnose semi aperte.
Lei ebbe un orgasmo quasi subito, invece a me venne di prolungarmi nel tentativo di donarle più piacere possibile.
Ci rotolammo senza dirsi quasi niente a lungo: parlavano i nostri corpi per noi.
Alla fine si staccò da me e prese a baciarmi fino a farmi raggiungere il piacere.
Solo allora iniziammo di nuovo a parlare.
Pochi minuti dopo rientrarono i miei amici.
Decidemmo di cessare l’attività bellica e, dopo che si fu rivestita, la riaccompagnai a casa sua in taxi. Ci baciammo e mi dette appuntamento per il mattino successivo: saremmo andati a Playa el este, una spiaggia ad una quarantina di minuti dall’Avana, con l’altra coppia.
Il viaggio di ritorno all’albergo da solo nel sedile posteriore fu tutto all’insegna dei ricordi di quella giornata. Mi sentivo bene.
Probabilmente tutto quello che avevo visto in Jamaica mi sembrava da rigettare completamente, la normalità, il trasporto sentimentale mi si accostava di più, o, quanto meno, era l’unico desiderio importante che avevo.Un pomeriggio, mentre leggevo, distrattamente, mi accorsi della presenza di un gruppo formato da due italiani e due ragazze cubane.
Mi stupì, relativamente, che parlassero in italiano tutti: in genere gli Italiani si perdono a trasformare la nostra lingua aggiungendo esse alle finali di ogni parola, pensando di farsi capire e le ragazze, molto più furbe, glielo fanno credere per renderli orgogliosi e farli spendere per loro.
Cominciai ad osservarli, distraendomi dalla lettura, portando loro maggiore attenzione, incuriosito dal comportamento. A prima vista sembravano le solite coppie che si formano all’Avana. Il “lui” sempre un aitante maschio di mezz’età, con movenze sempre buffe e un po’ goffe, nel tentativo di mettersi in mostra. La “lei” mediamente è una gran bella ragazza, tra venti e trenta anni, quasi sempre mulatta o di colore, dalle forme mozzafiato che lancia al proprio accompagnatore sorrisi e ammiccamenti continuati.
In questo caso invece le ragazze erano bianche. Una era castana, con i capelli appena sulle spalle. Sembrava che questa avesse avuto un incontro ravvicinato con un parrucchiere italiano per il taglio che portava: tanto era uguale e modaiolo che poteva essere scambiata per una donna europea. L’altra, invece, era evidentemente cubana. Aveva la pelle ambrata, i capelli lisci e lunghi fino ai fianchi, fisicamente non appariva giovanissima, ma era formata come una donna matura, bei fianchi, vita stretta e bel seno.
Gli uomini erano un romano fisicato e biondiccio, molto peloso e con uno slip anni settanta ed un sardo piccolo, bruno, con capelli corti e l’attaccatura dei capelli abbastanza vicina alle sopracciglia.
La provenienza di entrambi era facilmente riconoscibile dalla loro parlata e, ripeto, le ragazze rispondevano loro in italiano.
Nel pomeriggio il romano mi si avvicinò nuotando lungo il bordo della piscina e mi disse che la ragazza bruna voleva conoscermi.
Dapprima pensai ad uno scherzo. Mi dicevo: “sai come sono fatti i nostri compatrioti in viaggio: sono dei burloni, gli piace divertirsi, alle spalle di tutti: questa volta è toccato a te!”. Poi il romano volle chiarire, vedendomi titubante. Si avvicinò anche il sardo che mi specificò che lui aveva accompagnato il suo amico e le due donne ma aveva un’altra donna che lo aspettava quindi non dovevo temere, anzi avrei fatto un piacere ad entrambi se avessi fatto amicizia con questa ragazza.
A questo punto ero imbarazzato.
In ogni caso dissi loro di presentarmi che ci avrei parlato comunque.
La chiamarono e dopo avermi introdotto ci lasciarono soli.
Cercai di non essere antipatico, cosa che in genere, in questi casi, mi può risultare abbastanza naturale. Dopo un piccolo scambio di battute, mi disse che era incuriosita dal fatto che fossi tranquillo ed immerso nella lettura.
Non si era accorta che li avevo via via osservati da lontano.
Di rimando le feci un complimento, ma dovetti lasciarla dopo poco, in quanto avevo appuntamento con i miei compagni per andare all’Avana Vieja.
Non fu eccessivamente dispiaciuta in quanto anche lei doveva andare con i suoi amici, però mi chiese cosa avrei fatto il giorno successivo e le dissi che sarei stato di nuovo in piscina. Così dopo che ebbe parlottato con il suo gruppo, tornò da me e disse che sarebbe tornata anche lei se mi avesse fatto piacere.
Anche se mi sentivo in difficoltà, non seppi dirle di no e le detti appuntamento per il giorno dopo.
L’Avana doveva rimettermi in ordine con la normalità.
Intanto per cominciare avevo ripristinato le mie relazioni con le signore che gestivano il bar nella piscina che mi trattavano come un reuccio. L’appartamento che ci avevano assegnato era nel lato opposto a quello che avevamo appena arrivati, ma le signore di servizio erano le stesse.
Inoltre uno dei miei compagni, quello che aveva conosciuto la ragazzina il giorno del nostro arrivo, appena rientrati, si perse di nuovo nella sua ricerca.
Sosteneva di aver incontrato la donna della sua vita e, da principio, pensavamo che scherzasse, poi ci fece preoccupare quando prese un taxi e se ne andò da solo a cercarla.
Di fatto lo abbandonammo nel suo peregrinare da innamorato folle, sicuri che non l’avrebbe più ritrovata e che ben presto si sarebbe stancato. Avvenne così, ma, ogni giorno, quando ce ne andavamo in giro per l’Avana, chiedeva ai taxisti se l’avessero vista.
Una volta sistemati, al mattino, andai a controllare nell’ufficio internet se avessi messaggi di posta elettronica. Fra i vari messaggi lavorativi, trovai un’e-mail da parte del Presidente della Commissione dei Festeggiamenti per la Vittoria del Palio.
Mi comunicava le evoluzioni di pensiero che la Commissione aveva sviluppato. Diceva che erano stati un po’ in contrasto, ma poi si erano accordati per un tema, il mondo delle fiabe.
Nonostante a me non piacesse granchè e per evitare di sciupare l’armonia, accettai epistolarmente la loro decisione. Se fossi stato sul posto avrei potuto anche discutere, ma essendo così distante mi sentivo anche un po’ in colpa per averli lasciati in balia di se stessi.
Al mio ritorno avrei dato il mio contributo, come sempre, c’era abbastanza tempo per fare i lavori che si sarebbero svolti alla fine di settembre.
Nel tran tran quotidiano della vacanza era diventata, da parte mia, normale la conoscenza delle ragazze delle pulizie.
Già dal primo mattino mi trovai due ragazze sulla venticinquina di fronte mentre stavo uscendo. Devo dire che in viaggio sono abbastanza mattiniero, per mattiniero intendo che mi alzo intorno alle nove, nove e mezza e vado a fare colazione. Quando le vidi a quell’ora, sapendo quanto possanoe ssere poltroni i miei amici, le feci entrare dentro e dietro una lauta mancia le scatenai contro le loro camere. Logicamente non potete immaginarvi il casino che ne nacque.
Le ragazze, che erano simpaticissime, diventarono un appuntamento fisso buffo della giornata.
Ad un certo punto, quando si volevano imboscare dal lavoro e non farsi pizzicare al bighellonamento, si venivano a nascondere nel nostro appartamento.
Anche senza la nostra presenza ed in maniera del tutto naturale.
Davamo loro ogni giorno delle somme, a dir poco ingenti e loro, in cambio, ci stiravano le camice, ci facevano le manicure ed i massaggi.
Ero stato il primo a fraternizzare, ma non lo avevo fatto eccessivamente come invece avevano fatto i miei amici. Loro, giorno dopo giorno, assomigliavano a dei fidanzati più che a degli ospiti dell’albergo, tanta era diventata la confidenza con le cameriere.
Quando al mattino loro ruzzavano, me ne andavo in piscina e leggevo.
Riuscii a finire “l’Ultima legione” di Manfredi ed iniziai la lettura de “La casa dipinta” di John Grisham.
Era estremamente rilassante la giornata: eravamo soli e le uniche persone che vedevamo erano i vigilantes dell’albergo e le signore del bar. Quando diventava troppo caldo, ci lanciavamo in un bagno refrigeratore e se avevamo sete o fame, un drink od un boccone al bar non ce lo toglieva nessuno.
Ci piaceva quella privacy, tornavamo ormai da anni nello stesso albergo proprio per questo.
All’improvviso ci rendemmo conto che qualcosa era variato. Nel fine settimana vedemmo arrivare persone con un bracciale blu al polso che, in genere, facevano una bella cagnara.
Chiesi alle signore del bar e mi dissero che nel fine settimana l’albergo apriva le piscine anche alla gente normale e non solo agli ospiti. Doveva essere a pagamento se avevano messo loro al polso un bracciale.Un racconto a parte va a cadere sull’animazione.
Come ho detto precedentemente nella parte “vestita”, durante il pomeriggio passavano le animatrici che richiamavano verso il volley od il tennis. Invece nella parte “nudista” venivano organizati giochi di gruppo molto più spinti. Si trattava quasi sempre di attorcigliamenti di persone in maniera tale da arrivare ad una meta. Ne vidi uno che ricordava quel gioco che si fa con quei tappeti con i cerchi colorati, dove occorre porre esattamente mani e piedi, in maniera tale da formare una specie di montagna umana. Il tutto per raggiungere e bere un bicchiere di rum.
Lo stesso avveniva nelle organizzazioni delle cene.
Una volta a settimana l’organizzazione organizzava una cena dedicata all’antica Roma. Qui gli ospiti si sbizzarrivano a fare toghe improbabili, il più delle volte solo annodate sulle spalle e, logicamente, senza niente sotto.
In questa occasione, nel dopo cena, veniva organizzata dall’animazione una gara di orgia finta su due file, dove l’obbiettivo era di comporre una sequenza uomo donna senza soluzione in trenta secondi. Sulla chiamata delle animatrici, i volontari si sprecarono e raggiunsero la pedana del ristorante. Qui vennero suddivisi in squadre e fu dato il via. Fu subito evidente che la difficoltà dei partecipanti era quella di trovare una collocazione logica e che visto il numero non pari di uomini e di donne nella fretta faceva sì che vi fossero combinazioni omologhe. A questo punto interveniva la presentatrice al microfono che andava a sottolineare l’errore e faceva ripartire da capo la composizione.
Al termine dei trenta secondi vinceva la squadra che aveva organizzato il maggior numero di partecipanti nella giusta composizione.
Giuro che questo gioco mi fece ridere a crepapelle.
Alla fine del periodo di permanenza ero sazio di tutto questo spettacolo e non vedevo l’ora di tornare a Cuba.
Avevo capito che, nonostante ogni genere di preparazione intellettuale alla libertà comportamentale e sessuale, di derivazione Goliardica, io non ero adatto a quel tipo di situazione.
O, altrimenti, in quel momento non ero così libero nella mente a tal punto da rigettare ogni concetto diverso dalla normalità.
All’imbarco aereo mi venne in mente che della Jamaica, alla fine, non avevo visto niente, al dilà della bellezza della costa che avevo frequentato e quella che avevo visto nel tragitto per andare e tornare dall’aeroporto al villaggio.
Non era stato un gran viaggio dunque.
Non avevo visto Kingstone, la capitale, che mi veniva descritta come città pericolosa per i bianchi, ma ero stato a Caracas che lo era certamente di più, quindi non mi avrebbe spaventato troppo visitarla. Non avevo visto nessun concerto reggae e questo mi mancava ancor di più, visto che da ragazzo, nei locali da ballo che frequentavo, andavano di moda le canzoni di Bob Marley: Jamming, No woman no cry, etc.etc. Mi sarebbe piaciuto quindi vedere qualcosa di quel genere musicale nel luogo di origine.
Alla fine comprammo, al duty freee, delle bottiglie di rum locale da portare in Italia come unico feticcio del posto.
Volando provai a fare mente locale su ciò che avevo visto e a tradurla in qualcosa di positivo, però non ci riuscivo, neanche sforzandomi.
All’atterraggio andammo a prendere i bagagli per poi fare tutte le procedure doganali.
Vedevo che intorno ai nostri bagagli vi erano un paio di cani, ma non vi feci caso, visto che già appena arrivati avevamo visto questo nuovo schieramento messo su dalla politica di lotta al narcotraffico di Fidel.
Appena arrivati alla dogana, i miei due compagni passarono tranquillamente, invece io venni fatto accomodare in un ufficio della polizia.
Immediatamente venni colto dall’agitazione. Cosa volevano da me? Sperai in un normale controllo di routine a quel punto e aspettati per capire. Poi mi tornarono in mente i cani e pensai che l’imbecille del mio compagno di viaggio avesse occultato della droga nella mia valigia. Pensai al peggio e, se fosse stato così e fossi stato costretto a passare un guaio nelle prigioni cubane senza colpa, pensai che, se fossi sopravvissuto, all’eventuale mio ritorno in Italia, lo avrei cercato e strozzato con le mie mani.
I poliziotti vollero aprire i miei bagagli e mi bersagliarono di domande inerenti al mio soggiorno. Vollero sapere in quale albergo avrei alloggiato, per quanto tempo sarei rimasto, quali sarebbero stati i miei intenti di viaggio.
Nelle mie valige non trovarono niente. Tirai un sospiro di sollievo. Alla fine ero forse stato precipitoso nell’accusare il mio compagno di viaggio.
Non contenti di aver controllato le mie valige, rimasero incuriositi dalle mie scarpe. Erano un paio di scarpe nere stringate all’inglese. Niente di speciale, alla fine sembravano scarpe da cassamortaro o della divisa dei Carabinieri, niente di più. Me le fecero togliere e me le riportarono dopo un quarto d’ora, completamente integre. Pensai che era stato solo un controllo di routine, o, in alternativa, il cazzone del mio compagno a forza di canne avesse imporrato di odore i miei vestiti che avevo tenuto nella valigia aperta.
Gli agetni si scusarono per il mio tempo perso, mi augurarono un buon soggiorno e si accomiatarono lasciandomi passare la dogana liberamente.
All’esterno ritrovai gli altri.
Offesi a morte il cazzone dandogli la colpa dell’avvenuto e lo costrinsi a pagarmi la cena per farsi perdonare.