Il mattino successivo era il giorno del volo verso il Kilimangiaro.
Ci svegliammo al mattino presto. Verso le sei e trenta eravamo a fare colazione. Il breakfast fu ottimo con frutta fresca, thè, caffè, latte, biscotti al cioccolato fatti in casa, marmellata e cornflakes, uova e bacon, insomma un pasto serio a metà fra la tradizione anglosassone e italiana.
Alla fine salutammo l'ambasciatore e la moglie e ci avviammo con la macchina diplomatica verso l'aeroporto.
Ci indirizzammo verso i voli interni: eravamo emozionati, del resto quello era il motivo principale del viaggio africano, il viaggio verso i parchi.
Dopo una mezzora dal nostro arrivo, svolti le pratiche burocratiche e passati i controlli, arrivò il momento dell'imbarco.
L'aereo era un bimotore a elica e questo generò una certa apprensione, anche se sapevamo che i voli più sicuri erano quelli. Del resto abbiamo genericamente il concetto che la sicurezza maggiore abbia origine dalla modernità dei mezzi, senza pensare magari che solo certi aerei volano e atterrano in certi territori, l'esempio più limpido è il DC3, l'aereo storico di Casablanca, che ancora vola in Australia ed in America latina, dove la foresta e le piste di terra battuta non permettono atterraggi e decolli di altri tipi di velivoli.
La città dove eravamo destinati era Arusha, diciamo, per assonanza con una famosa canzone, "alle falde del Kilimangiaro".
Durante il tragitto trovammo ovunque il sole e dall'oblò era curioso gettare gli occhi per scorgere i panorami.
Rimasi impressionato dall'enorme estensione di praterie dove, di tanto in tanto, si scorgevano delle capanne circondate da siepi, qualche piccola mandria di buoi. Principalmente mi colpì il non vedere paesi o città intermedie.
Quando ci comunicarono che eravamo nell'area del Kilimangiaro tentammo di vedere sui due lati la montagna, ma una densa coltre di nuvole impediva la visione. Dove era la montagna?
Parzialmente eravamo delusi: non avevamo visto l'ex vulcano, la più alta asperità africana ed era una grave mancanza.
Va bè, saremmo rimasti in zona per una settimana quindi rimandammo ad un momento di migliore situazione atmosferica la visione.
All'atterraggio prendemmo confidenza con la temperatura del luogo. L'Africa non era un continente caldo come ce lo immaginavamo, anzi, tutt'altro.
Lo scalo aeroportuale era piccolo ma con un suo transito. All'uscita trovammo una guida ed una ragazza ad attenderci: ci avrebbero accompagnato ad Arusha dove dall'agenzia dei tours saremmo partiti verso i parchi.
Durante lo spostamento ci parlarono, ovviamente in inglese, del territorio che andavamo ad affrontare. Principalmente parlava la donna e quindi pensammo che l'autista fosse solo tale e la guida vera e propria fosse lei.
Invece una volta arrivati in città lei ci lasciò e partimmo con Yahaia, questo era il nome della guida, alla volta della zona dei parchi.
Era vestito completamente di verde, con scarponcelli, pantaloni verdi scuro, maglietta griffata con il nome della ditta dei tours, verde chiara, un gilet da fotografo ed un cappellino con la tesa. Noi eravamo vestiti da esploratori anni 30.
Ci sentimmo subito ridicoli, ma, pensammo, le foto sarebbero venute bene.
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