Dopo aver fatto un giro del negozio, risalimmo nel fuoristrada ed uscimmo da Arusha.
Il traffico stradale si diradò in pochi minuti e, dalle strade bordeggiate da gruppi di uomini e donne affacendati in svariate occupazioni, velocemente passammo alla striscia d'asfalto libera. Anche la vegetazione cominciò a diradarsi e dal verde della boscaglia, passammo a territori brulli e apparentemente bruciati dal sole.
Verificammo che i nostri telefonini continuassero a funzionare e con un pò di disappunto notammo che il segnale era ovunque ben presente.
Si distruggeva parzialmente nelle nostre teste l'idea preconcetta della visita di una parte inesplorata del mondo, del resto anche nelle aree più povere la tecnologia avanza liberando i confini alla comunicazione di massa.
Lungo il tragitto di un centinaio di chilometri che andavamo percorrendomi venne da notare una particolarità: gli spazi enormi iniziavano a dilatarsi intorno a noi, con pochi ostacoli ottici: qualche collina faceva da confine ad un orizzonte sconfinato. Solo in Australia avevo avuto una sensazione simile e, comunque, diversa vista l'orografia del territorio.
Ogni tanto delle piccole mandrie di bovini, di piccola stazza e molto magri, guidati da giovanissimi mandriani, fiancheggiavano la strada, indirizzati verso chissà quali mete.
Dei villaggi di capanne, circondati da recinti d'acacia, punteggiavano la prateria, ricordando che, comunque, ci trovavamo in territorio selvaggio e ben poco antropizzato.
A sorpresa una giraffa attraversò la strada con la calma che le si competeva. Rallentammo per lasciarla passare. Non ci sembrò particolarmente spaventata e, con la nobiltà del suo incedere, ci degnò di un minimo sguardo, giusto per sottolineare che quegli spazi erano di sua spettanza e noi eravamo solo degli ospiti, chissà quanto graditi.
Prima di arrivare Yahaia, la nostra guida, ci volle mettere in guardia dalle mosche Tzè Tzè: nel parco dove eravamo diretti, il Tarangire, quegli insetti prolificano ed sarebbe stato meglio se avessimo tenuto le maniche delle camice ben abbottonate sui polsi e ci fossimo dati uno sguardo a vicenda per evitare che ci pungessero, onde evitare guai.
Immediatamente ci mettemmo in allarme.
Arrivammo quindi alla piazzola d'ingresso del parco, dove prima facemmo un pò di passi per sgranchirci le gambe, andammo alla toilette e, dopo essersi completamente aspersi di Autan, consumammo un frugale pasto.
Intorno a noi altre tre macchine di gruppi turistici erano in attesa dell'ingresso e tutti i turisti, di nazionalità variegate, stavano facendo pranzo.
Alla fine ci mettemmo in moto e, attraversato il posto di controllo, ci ritrovammo in una stretta strada bianca.
Campi di erboloni bruciati dal sole e acacie ci circondavano. Ogni tanto appariva un baobab maestoso. Chissà quanta storia e quanti piccoli ometti avevano visto passare dalle loro parti. Di certo non tanti quanti vi arrivano al giorno d'oggi.
Con curiosità cominciammo a chiedere a Yahaia quali animali avremmo potuto incontrare e lui si prodigò nella descrizione della fauna del parco.
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