Abbandonammo il Tarangire park e ci indirizzammo verso il lodge che ci avrebbe ospitato per la notte.
Lungo la strada eravamo taciturni. Non parlavamo perchè le immagini della giornata si sovrapponevano nella nostra mente e, insieme, anche un pò di stanchezza.
Il mio compagno si addormentò pesantemente ed io non ebbi meglio da fare che lasciar scorrere il panorama davanti ai miei occhi.
Una striscia d'asfalto tagliava la prateria a metà, senza segnare alcun confine da un lato all'altro. I pastori con le mandrie di buoi fiancheggiavano la strada di tanto in tanto, indirizzati verso i loro piccoli insediamenti, quelli che avevo visto mentre sorvolavamo prima dell'atterraggio la Tanzania. Si trattava di capanne dalla forma rotonda, quattro o cinque in genere, circondate da recinti di acacie spinose a protezione dagli attacchi degli animali che ricevevano al loro interno anche le bestie vaccine.
Il fuoco era sempre acceso al loro interno e, sempre, una virgola di fumo si alzava lentamente verso il cielo.
Abbandonammo all'improvviso la strada asfaltata e ci inoltrammo nella prateria in un territorio apparentemente alluvionale, o, quantomeno, durante la stagione delle piogge doveva esserlo, viste le buche che c'erano lungo il percorso. Il mio compagno ebbe un brusco risveglio!
Alla fine giungemmo al parcheggio di un campo tendato. Entrammo attraverso due pali ed una tavola con il nome del parco scritto sopra a mano e posteggiammo sotto ad una tettoia fatta con un pagliericcio.
Qui avemmo il primo approccio con il popolo Masai: assieme ad altri vi era un guerriero Masai. Si stagliava su tutti a causa dell'altezza superiore e, soprattutto era vestito con una tunica scarlatta che lo distingueva da tutti gli altri.
In men che non si dica erano tutti scatenati a cercare di conquistare le nostre valige ed io, commosso da tanta passione nel lavoro, lasciai al più giovane una lussuriosa mancia pari a dieci dollari, naturalmente sbagliando.
Creai un immediato scompiglio fra di loro che cominciarono a discutere animosamente sulla spettanza della somma che, giustamente, doveva essere salomonicamente suddivisa fra tutti.
Così, mentre loro si perdevano in mille parole suahili, noi predemmo coscienza dell'alloggio che ci era toccato: si trattava di una grossa tenda posta sopra ad una piattaforma di legno, all'interno della quale vi erano due letti con le logiche zanzariere ed un bagno.
Sapeva molto d'Africa.
Eravamo soddisfatti della collocazione e, dopo aver girato dei filmati e scattato numerose foto, decisi di passare alle abluzioni.
Provai l'acqua che veniva con uno scroscio deciso e decisamente soddisfacente. Mi ci sarei gettato anche vestito, ma volli fare con calma, del resto saranno state più o meno le sei del pomeriggio. Quindi aprii la valigia cercai dei vestiti adatti per la cena, e poi feci la doccia, dove vi restai per una decina di minuti. Alla fine, soddisfatto e rilassato ne uscii. Venni subito pizzicato da una zanzara e ritornai velocemente alla concentrazione africana: avrei dovuto aspergermi di repellente, e, soprattutto prendere la pastiglia quotidiana antimalarica.
Il mio compagno si piccò per non lavarsi, visto che eravamo, nella savana, ed inoltre, per non cambiarsi. Nonostante lo coprissi di offese di ogni genere, volle fare così e rimase sudicio per tutto il seguito del safari. Guardandolo sommariamente non pareva che gli si stesse formando quella crosta di sudicio tipica di chi sta alla polvere tutto il giorno, se però si guardava più approfonditamente nel collo si vedevano delle rigature che non erano rughe, ma righe.
Sorvoliamo su questo dettaglio.
Andammo a cena e mangiammo con gusto una zuppa, che capimmo essere un piatto tradizionale.
Poi ci venne spiegato che avremmo dovuto andare a servirci autonomamente presso il buffet dove era posizionata anche una brace, divisa in due settori: in uno venivano arrostite delle carni e nell'altro del pesce.
Mangiammo abbondantemente e abbondammo anche con il solito vino sudafricano. Alla fine facemmo amicizia con il direttore del lodge, un lavoratore indefesso a cui chiesi se, gentilmente, al mattino successivo, avei potuto fare una video intervista a lui ed al personale. Avevo in progetto di costruire un documentario africano per la tv per la quale collaboro.
Accettò, poi ci spiegò a lungo la durezza della vita africana, le speranze e, alla fine, mollò la presa su di noi. Del resto erano già le nove di sera!
Era ora di andare a letto.
Prendemmo dell'acqua in bottiglia per lavarci i denti e ci avviammo verso la nostra tenda.
Il cielo era stellatissimo e faceva effetto. Davanti a noi si aprì all'improvviso la prateria e vedemmo il Masai che aveva acceso un bel fuoco e se ne stava seduto a fianco.
Cosa ci faceva là?
Decidemmo di chiederlo al mattino successivo. Dentro la tenda preparammo tutto per il mattino successivo: attaccammo i telefoni in carica assieme alla videocamera ed alla macchina fotografica. Poi ci chiudemmo dentro alle zanzariere e ci mettemmo a leggere dei libri che ci eravamo portati dietro.
Ad un certo punto, avevo appena cessato una discussione su dei vitigni francesi, all'improvviso, da dietro alla tenda,cominciammo ad avvertire dei rumori.
Ci zittammo di botto.
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