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Parliamo di me di nome e di fatto Blogger: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 16:06
martedì, 23 ottobre 2007

Giungemmo alla base del cratere.
Eravamo eccitatissimi. Qui la terra era bianca, quasi sabbiosa e, apparentemente, secca. Cominciammo a percorrere dei viottoli segnati dallo scorrere dei veicoli dei turisti. Intorno a noi altri mezzi si spostavano in svariate direzioni, a seconda del piacimento della guida che guidava. Questo fatto di aver tanti mezzi intorno mi rendeva dubbioso sulla riuscita della giornata. Sembrava che troppa gente volesse vedere gli animali e che questo gran movimento potesse spaventarli, fino a farli nascondere.

Invece, quasi subito, entrammo a contatto con i bufali, degli splendidi esemplari che erano fermi sotto l'ombra di alcuni alberi. Uno era disteso e due in piedi. Mentre li stavamo riprendendo veniamo subito circondati dai leoni che non ci guardano neppure e, lentamente, vanno nella direzione dei bufali.

Caspita!
Avevo aspettato i leoni con tanta intensità che il ritrovarli così, all'improvviso, sotto i miei occhi mi parve illogico e poco normale. Pensavo di doverli vedere da lontano, guardinghi e poco socievoli con l'essere umano, pensavo di dover fare un appostamento per poter vedere la loro vita privata. Invece erano là, tranquilli, quasi come se le macchine ed il tran tran non contasse e si spostavano alla ricerca del loro cibo quotidiano.
Non eravamo al circo, però! Yahaia ebbe a specificarlo subito. In presenza dei leoni non si poteva assolutamente scendere dal mezzo, che ai loro occhi non pareva essere animato, neppure da noi, col nostro odore umano, evidentemente non preferito dalle belve feroci.

Pensai di essere fortunato e di vedere una scena da mondo di Quark. Già m'immaginavo di vedere una caccia al bufalo come si vede in Tv, quindi feci stare un quarto d'ora ferma la macchina per riprendere l'eventuale attacco delle belve. Invece non accadde niente e ripartimmo.

Subito dopo trovammo una coppia di struzzi, maschio e femmina, che attraversavano il nostro percorso. Il loro incedere era lento ed elegante, con le enormi gambe che sfilavano una davanti all'altra e le teste che si giravano solo per vedere che faccia avessimo noi intrusi.

Un mare di zebre si aprì all'improvviso sotto ai nostri occhi.
Certi uccelli si appoggiavano sui corpi bianco e neri. Un corso d'acqua segnava il confine della mandria. Alcune stazionavano, altre si abbeveravano, poco alla volta.

Nel lago una folta popolazione di grù e trampolieri di svariata foggia.

Il mio compagno scattava foto ormai senza soluzione di continuità ed il ticchettio della sua fotocamera batteva il tempo nel silenzio della natura.

Seguitammo a muoverci senza seguire una particolare logica, se non alcuni messaggi che arrivavano in macchina mediante le comunicazioni delle altre macchine, che segnalavano le varie razze animali a destra o a manca.

Ad un certo punto c'imbattemmo in un laghetto intorno al quale una squadra di iene stava riposando. Cosa potevano aver fatto nella notte? Probabilmente avevano cacciato, magari lottando il cibo con i leoni, a loro rischio e pericolo, vista la diversa mole degli animali.
Fotografammo le bestie e poi ci spostammo di nuovo.
All'improvviso, dietro una collinetta, una famiglia di leoni stava riposando. Fermammo il mezzo immediatamente. Eravamo non più distanti di qualche metro, massimo quattro-cinque. Le bestie erano distese in ordine sparso. Un maschio sonnecchiava e due femmine erano sdraiate nei pressi. Una terza era staccata dal gruppo con una ferita nel dorso lunga una ventina di centimetri.
Chissà quale lotta avrà dovuto affrontare per procurarsi quell'ulcerazione, forse durante la caccia notturna, forse in una discussione poco delicata con le proprie colleghe, oppure un assalto focoso del maschio?
Due piccoli si avvicinarono alla ricerca dell'ombra sotto al nostro veicolo ed una femmina subito li seguì, con lo scopo di trovare della frescura e non certo per controllarli.
Anche il maschio, pigramente, si alzò e seguì gli altri nei pressi della ruota di destra posteriore.
Yahahia per evitare che le bestie rimanessero sotto al mezzo accese all'improvviso il motore, spaventando le fiere che senza scomporsi troppo si fecero un poco da parte.
Ma la situazione durò poco e i piccoli sfrontatamente tornarono e così anche i grandi.
Ci spostammo di qualche metro per vedere se si spaventavano un poco di più, invece niente.
Così dopo un pò di tira e molla ci allontanammo, questa volta in maniera definitiva.
 



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postato da lucavirgili alle ore 16:14
martedì, 16 ottobre 2007

Uscendo dalla capanna, mi stropicciai gli occhi, arrossati dal fumo. Quando li riaprii, un gruppo di bambini, nudi, mi correva intorno: probabilmente mi prendevano in giro.
Non avevo retto la botta di vita primordiale e mi ero dimostrato delicato.
Al contrario di me, il mio compagno si era trovato a proprio agio. All'interno della capanna si era seduto a terra comodamente ed avrebbe, tranquillamente, potuto stare là per ore, per nulla afflitto dal fumo e dalla sporcizia. Del resto lui sosteneva che nella savana era inutile lavarsi!

Il capo ci indirizzò verso la capanna destinata alla scuola, anche là vi era un maestro che nel giorno cercava di insegnare l'inglese e rudimenti di matematica e storia ai ragazzi. Mi venne spontaneo fare un offerta economica anche a loro visto che avevano una lavagna e dei moncherini di gesso con cui scrivere.

All'uscita ci portarono tutte le chincaglierie del posto e il mio compagno si dilettò nell'acquisto di numerose collane che indossò immediatamente. Ora era un esploratore felice: barba incolta, incrostazioni di sporcizia nel corpo e collane che al sottoscritto avrebbero fatto venire un'allergia tremenda.
A lui niente, logicamente!

Salutammo il capo e risalimmo in macchina.
Facemmo solo un piccolo tratto, in quanto c'era una piazzola naturale da dove si potevano scattare delle foto al panorama sottostante. Il mio compagno si scatenò in numerosi scatti mentre io, emergendo dal tetto aperto del fuoristrada, gli urlavo delle parolacce.
Qui fummo di nuovo raggiunti da alcuni abitanti del villaggio che circondarono dapprima lui affinchè gli acquistasse nuove collane e lo fece. Poi s'indirizzarono da me che ero ben protetto dal castello dell'autoveicolo. Collane non ne volevo, ma mi venne in mente che potevo prendere un pò in giro il mio compagno di viaggio. Così finanziai un coro masai che gridava rime toscane il cui senso lo lascio alla vostra immaginazione. Naturalmente ridevamo in due: non avevo pubblico per l'occasione.

Cominciammo con il sorriso sulla bocca la discesa finale.
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postato da lucavirgili alle ore 16:18
martedì, 09 ottobre 2007

All'interno del ciclo delle capanne vi era un altro recinto, per i buoi. Vi lascio immaginare il gran numero di mosche che assediavano il tutto: uomini, donne,vecchi e bambini erano cosparsi d'insetti, il tutto apparentemente senza tedio. All'improvviso mi tornò in mente un racconto di mio padre, di quando era bambino, nella sua casa alla Torricella, podere nei pressi di Armaiolo, in provincia di Siena. Mi raccontava che sotto alla parte abitativa, dove vivevano prima della guerra, tenevano le bestie vaccine, delle splendide vacche chianine e, nel periodo estivo, nella casa, dove vivevano in ventitre, si addensavano le mosche, richiamate dagli odori prodotti dalle vacche stesse. I ragazzi riuscivano ad attrarre con del miele le mosche dentro a delle balle di juta che venivano successivamente sbattute, per annichilire gli insetti e svuotate all'esterno della casa. Pensai che i nostri mondi non erano eccessivamente lontani, tutto sommato, che bastava tornare indietro di una settantina d'anni ed avremmo ritrovato anche noi le nostre mosche.
Domandai al giovanotto come facessero a tenere pulita la mandria e mi disse che era un altro compito delle donne che all'alba, prima che gli uomini escano dalle capanne, dopo aver fatto i loro bisogni all'interno del recinto, ripulivano il tutto e portavano tutto lo sterco fuori dal recinto. Volli domandare dove gli uomini facessero i loro bisogni e mi disse che gli uomini se ne andavano fuori dal villaggio, nelle praterie. Poi mi raccontò i compiti degli uomini che erano, a dir suo, dei guerrieri che controllavano la mandria all'esterno del villaggio e la difendevano dall'attacco dei leoni, di cui non avevano alcun timore. Anzi fino a non molto tempo fa c'era un rito d'iniziazione dei giovani, per cui un giovanotto era ritenuto adulto solo dopo aver ucciso un leone. Ora, però, la legge della Tanzania, protegge gli animali da questa tradizione quindi avevano cessato il rito. Chiesi come avveniva il matrimonio e raccontò che se un uomo vedeva una donna che gli piaceva, poteva andare notte tempo a prenderla e la doveva portare nella propria capanna. Il promesso sposo ha degli amici che proteggono durante la notte la capanna dall'attacco dei parenti della sposa. Se la ragazza non scappa e rimane, durante il giorno successivo lo sposo va dal padre e gli offre un certo numero di bovini in dono. Se la donna non lo vuole scappa dalla capanna e torna alla quella del padre.
Naturalmente se le riesce: sono permesse delle belle botte in testa per convincere adeguatamente la signorina.
Le donne hanno però il diritto di scegliere o di dare il veto alle eventuali mogli seguenti.
Volli, poi, vedere una capanna all'interno e il giovanotto mi fece entrare.
Era fatta a chiocciola all'interno. Un fuoco ardeva al centro con un tegame sopra a bollire: si preparava un frugale pasto. Un fumo densissimo si dilatava ovunque fino a farmi lacrimare. Compresi gli occhi arrossati degli abitanti. Solo un piccolo foro proprio sopra al fuoco permetteva lo scarico dei fumi.
C'erano degli spazi organizzati lungo la parte circolare: lo spazio del giaciglio della donna, dell'uomo, dei bambini. Mi stupii di come potessero vivere là dentro. Poi capii che tutto sommato ci stavano solo nelle ore notturne.
Chiesi come fossero organizzati per le malattie e mi disse che quando erano malati si affidavano alla montagna sacra e là trovavano sollievo.
Rimasi a bocca aperta.





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postato da lucavirgili alle ore 10:25
martedì, 02 ottobre 2007

Cominciammo la discesa nel paradiso terrestre.
Eravamo oggettivamente emozionati: per la prima volta, dopo alcuni giorni trascorsi negli altri parchi, ci si presentava qualcosa di veramente particolare.
Mentre scendevamo con  il fuoristrada avemmo la sensazione di quanto eravamo saliti in alto: tornati in terra battuta ci facevano scorgere dall'alto  la vasta pianura sottostante.

Ad un certo punto della costa avemmo il piacere di vedere un villaggio Masai.
Le macchine dei turisti si fermavano a vedere l'habitat. Una colonna di giovani e delle ragazze ci vennero incontro, saltando come grilli e cantando delle canzoni di benvenuto.
I maschi avevano una lancia in mano ed erano vestiti con un drappo di stoffa scozzese, tipo kilt. Yahaia ci spiegò che fino ad un secolo prima si vestivano di pelli, poi con la colonizzazione avevano acquisito il gusto delle stoffe e, mediante le varie colorazioni, dimostravano il grado all'interno della tribù ed anche se erano scapoli o ammogliati.
Le ragazze, invece, erano completamente rasate a zero ed avevano delle collane multicolori enormi intorno al collo.
Per un attimo avemmo la sensazione che fossero falsi, che, magari, alla sera si togliessero il costume di dosso, come fanno i nostri pretoriani davanti al Colosseo, per andare a cena con la famiglia. Invece comprendemmo che erano veri e che il loro sostentamento idrico derivava  dai pochi soldi che raggranellavano dando il benvenuto ai turisti e vendendo loro delle chincaglierie.
Ci fecero passare dentro al recinto fatto di spinosi rami d'acacia. All'interno organizzarono una danza tradizionale. Mentre osservavo la danza cominciai a visionare l'organizzazione delle capanne: erano disposte in maniera molto precisa seguendo la circolarità del recinto. Erano costruite di sterco bovino e terra. Un giovanotto successivamente, in inglese, ci spiegò che era compito delle donne la costruzione delle capanne e ne rimasi stupito.

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