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Parliamo di me di nome e di fatto Blogger: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 20:59
domenica, 23 dicembre 2007

I ricordi del viaggio si accavallavano nella mia mente, mentre la stanchezza della giornata si allentava. Un senso di rilassamento generale prendeva piede a poco, a poco e la birra aiutava questo processo.

Attendemmo il tramonto e poi tornammo nel nostro bungalow che ra posto in salita rispetto al piano della piscina. La via in cemento era presidiata ogni cnquanta metri da un fiero guerriero Masai che, al primo imbrunire, presidiavano il lodge dall'assalto eventuale delle fiere.

Ormai eravamo abituati alla loro presenza e, la loro presenza, era diventata familiare ai nostri occhi. Mentre nella chiacchiera del tragitto annotavamo questo concetto, scivolavamo nelle nostre infradito, tentando di camminare in salita. Riuscimmo a raggiungere il bungalow con non poco sforzo.

Una volta dentro la stanchezza stva per riaffiorare: per evitare di crollare nel sonno, comincii a prendermi cura della valigia. Il giorno successivo saremmo andati a Zanzibar, al mare ed avremmo trovato un clima decisamente più caldo. Quindi era indispensabile cambiare il piano agli abiti: tutti i vestiti di questa parte del viaggio, pesanti, sarebbero dovuti adare in fondo alla valigia, per far posto a quelli estivi, magliette, pantaloni, scarpette da scoglio, costumi da bagno. Per ultimo sistemai le scarpe da trekking nel bagaglio a mano, censurandone l'uso fino al mio ritorno.

Nel frattempo il mio compagno di viaggio dormì pesantemente, fregandosi assolutamente del mio raziocinio imperante.

Feci una doccia, mi vestii e mi misi a leggere il solito libro sui vitigni del mondo: ormai ero diventato un vero esperto.

Arrivò l'orario della cena.

Svegliai il mio compagno senzaalcuna delicatezza. Era totalmente imbarazzato dal sonno. Stropicciandosi gli occhi, se ne andò sotto la doccia per cercare di ritrovare l'attenzione necessaria. Poi mi chiese cosa avessi fatto mentre dormiva e gli raccontai della valigia. Al che, in mutande, comprese la necessità di variare la composizione dei bagagli.

Per una decina di minuti rimase inebetito davanti alla montagna di vestiti che aveva accumulato sul letto. Lo guardai per un pò, poi decisi di andare al bar ad aspettarlo.

 

 

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postato da lucavirgili alle ore 18:34
martedì, 18 dicembre 2007

Un velo di tristezza si addensava nei miei pensieri: l'ultimo giorno trascorso in un posto mi lascia sempre con le immagini dei ricordi che si accavallano. Quindi durante il tragitto verso il nuovo lodge cercavo di ricordare le emozioni della prima parte del viaggio, per ben collezionarle, affinchè durassero nel tempo. Non ebbi dubbi in merito: sarebbero rimaste nel mio cuore a lungo, nonostante, un pò snobbisticamente, prima del viaggio, le avessi , in qualche modo, annacquate volontariamente perchè non mi rimanessero troppo addosso, quasi fossi spaventato dal rimaner coinvolto dal mal d'Africa.
Attraversammo dunque una striscia d'asfalto quasi deserta per molti chilometri, fino a trovare un piccolo villaggio addossato alla strada, la vita era evidentemente la stessa degli altri luoghi che avevamo visto in precedenza: alcuni lavoratori si muovevano intorno alle loro povere occupazioni, le donne, vestite di stoffe multicolori, si accingevano al ritorno alle loro case con dei fardelli in equilibrio perfetto sulle loro teste, altri uomini che avevano invece già terminato si addossavano intorno a dei bar che vendevano bibite dissetanti.

Prendemmo una strada sterrata, ultimo tratto verso il lodge. La velocità diminuì notevolmente e ebbi meglio a vedere il panorama che ci circondava. Termitai enormi si stagliavano nella pianura, quasi a far intendere che le termiti erano i veri abitanti di quel luogo, apparentemente arido. Ogni tanto una capanna, o un piccolo gruppo di capanne rotonde e sempre recintate davano il segno della presenza umana. Un filo di fumo che usciva dai fumaioli indicava che si preparava un pasto caldo all'interno: il sole stava calando lasciando una luce quasi parallela al suolo.

Un gruppo di bambini seminudi corse vicino alla nostra macchina, gioiosamente, come se fossero felici di vederci passare. O eravamo fonte di curiosità e, di conseguenza, fonte di gioco, oppure anche i bambini sanno che i turisti si lasciano dietro qualche ricchezza. Fermammo Yahaia e gli chiedemmo di dare loro qualche soldo da portare in famiglia. In cambio scattammo qualche ritratto con la macchina fotografica.

Continuammo il nostro percorso lentamente verso il lodge e, mentre percorrevamo uno degli ultimi fossi creati durante la stagione delle piogge, incontrammo due ragazze giovanissime, che andavano nella nostra direzione. Notammo che avevano i lineamenti belli, non ancora incisi dalla fatica e dalla povertà. Ci sorrisero e ci salutarono con le mani affettuosamente. Le avremmo rincontrate al lodge più tardi.

Mentre il tramonto incombeva, giungemmo al lodge. Una serie di capanne in muratura di colore giallognolo si stagliavano a metà di un crinale di una collina. Già dalla pianura la natura aveva un corso diverso: il verde aveva improvvisamente preso il predominio sul brullo e, man di mano che si saliva in alto, si faceva più folta la macchia. Arrivammo ed avemmo subito la sensazione di essere arrivati in un villaggio col sapore alberghiero.
Il safari era stato calcolato evidentemente partendo dalla sensazione di sofferenza fino ad arrivare alla fine con un ritorno accentuato verso un'opulenza ben poco africana, soprattutto se paragonata alle capanne degli abitanti sottostanti.

In ogni caso vedemmo che vi erano un gran numero di operatori che si davano da fare all'interno del villaggio.
In men che non si dica si dettero un gran daffare per confermare il nostro volo per il mattino successivo. Poi ci accompagnarono alla nostra residenza, una lussuosa capanna con una vista mozzafiato verso la pianura verde sottostante. I letti erano immensi e, siccome non ne vedevamo da una settimana, ci gettammo sopra come sacchi di patate. Le zanzariere erano disposte a baldacchino sopra.
In men che non si dica ci accorgemmo della piscina e ci mettemmo in costume velocemente, quasi come se non vedessimo l'acqua da millenni. In effetti il mio compagno non si lavava da giorni e giorni, quindi per lui poteva essere un'occasione imperdibile.

Ci tuffammo e, ci accorgemmo che dell'acqua ne facevano uso anche gli uccelli multicolori che si abbeveravano al bordo.
Ci asciugammo con gli accappatoi in dotazione e ci facemmo portare due birre. Mentre bevevamo perdemmo gli occhi nella natua sottostante: con il sole che tramontava il verde acceso si faceva lentamente cupo. Un canneto si faceva spazio lungo il bordo di un invaso d'acqua, posto proprio ai piedi della collina. Probabilmente animali selvaggi si addossavano anche là, come del resto ovunque intorno a noi.



 
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postato da lucavirgili alle ore 15:58
martedì, 11 dicembre 2007

L'Eden si rioffriva nuovamente a noi in tutta la sua bellezza: giraffe sontuose si affacciavano lentamente dagli alberi, fenicotteri dimostravano la loro sapienza circense nella ricerca degli equilibri, decine e decine di ippopotami si dilettavano nel lago in spruzzi e finte battaglie.

Durante il tragitto stradale incontrammo una famiglia di babbuini che si spostavano con i loro piccoli in braccio.
Gli volli dedicare una ripresa.
Mi chiedevo dove fossero diretti, tutti in colonna, lungo il ciglio stradale. Una famigliola si fermò subito sotto al nostro fuoristrada e volli concentrarmi su di loro. Una madre teneva un piccolo fra le braccia. Ero colpito dall'atteggiamento materno e volli stringere la ripresa più possibile, per carpirne i gesti anche minimi. Nel visore della telecamera ebbi a capire che il piccolo era veramente piccolo: poteva avere si è no un mese di vita. Era indifeso, come i nostri piccoli e dimostrava con gli occhi la necessità di essere accudito. La madre gli offriva ogni cura, per nulla spaventata dalla nostra presenza, lo guardava con lo sguardo delle madri e ciò la rendeva assolutamente simile a noi. Ebbi a fare una valutazione comparativa: nell'evoluzione ben poco ci rendeva distanti da quelle creature e quello era uno dei momenti in cui eravamo più simili. Certo loro erano preparati per una sopravvivenza nella durezza della foresta, ma non per quello dimostravano una maggior paura nella gestione dei piccoli e, in poco tempo, il piccolo sarebbe cresciuto ed avrebbe preso parte alla vita della tribù dei babbuini
Anche noi uomini eravamo fatti per quello, per gestire una sopravvivenza nella natura, nella jungla e ora i nostri alberi sono di cemento e la nostra vita è affidata a delle macchine, che ci impongono di correre a velocità fortissima. Chissà se il nostro cervello sarà pronto per adattarsi a questa vita che ci siamo creati. Soprattutto, se così fosse, saremo in grado di proteggere i nostri compagni naturali dalla ingerenza distruttiva che applichiamo nel correre così velocemente?

I babbuini continuarono il loro cammino verso la meta a noi ignota.
Intanto sulle nostre teste delle scimmiette più piccole e voraci si cibavano di foglie spinose di un albero simile ad una acacia.
Erano velocissime e allegre: dialogavano fra loro come se fossero un gruppo di ragazzi che mangiano ciliege.
L'unica differenza fu che una coppia scese a terra ed ebbe un amplesso velocissimo: non mi ero accorto di alcun tipo di corteggiamento. Tutto era avvenuto così all'improvviso e mi aveva colto di sorpresa. Mi sorse il dubbio che anche gli umani non avessero tanti tabù nei primordi e che la sessualità fosse gestita nella estrema naturalità dei bisogni primari.
Anche in questo campo ci eravamo molto distanziati...

Dopo tanta visione ripartimmo con la macchina e, continuando dritto per la boscaglia, dopo aver incocciato una pattuglia di elefanti ed alcune antilopi, ci ritrovammo nello spazio antistante il lago in cui cominciammo a vedere una macchia scura imponente in lontananza.
Avvicinandosi vedemmo che si trattava di un enorme gruppo di babbuini: saranno stati un migliaio. Chiedemmo a Yahaia, incuriositi e, dopo aver scherzato, dicendo che si trattava di una assemblea, capimmo che erano tutti là alla ricerca di qualcosa nel terreno, probabilmente un cibo di cui andavano ghiotti. Vermi o formiche che fossero, tutti erano là e sembrava la più grande riunione di babbuini mai vista.

A quel punto ci indirizzammo verso l'uscita e volgemmo il mezzo verso la direzione dell'ultimo lodge prima di partire per Zanzibar.
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postato da lucavirgili alle ore 11:37
martedì, 04 dicembre 2007

Entrammo nel parco.

La giornata era splendida. Nel mio cuore ancora circolavano le emozioni del giorno precedente ed i miei occhi erano sazi delle immagini ricevute. Poco mi avrebbe stupito dell'ultimo parco, dopo il precedente.

La natura però era completamente diversa. Era una foresta molto verde, con i segni della stagione delle piogge appena passata al suolo. Grandi canali creati dai corsi d'acqua si aprivano nella terra, come strade nel mezzo alla boscaglia.
Ruscelli d'acqua d'origine vulcanica, soda water come la chiamava Yahaia, scorrevano ancora dalle cime del Ngoro Ngoro ed andavano ad alimentare il lago Manyara, posto a poche centinaia di metri da noi.

La speranza di Yahaia era di poterci far vedere i leopardi. Così cominciò a girare in lungo e in largo per il parco. Incontrammo una summa di quanto avevamo visto nel resto dei parchi: elefanti a go'go', giraffe straordinarie, zebre e gnu che pascolavano ai bordi del lago, migliaia di uccelli multicolori e soprattutto un mare di ippopotami a bagno maria.

Ci attardammo per un bel pò, a distanza di sicurezza, a vedere e filmare gli animali, scendendo anche dal mezzo.
Poi, sazi, ci aggirammo un pò intorno e vedemmo un enorme termitaio, dove ci intrattenemmo per una decina di minuti facendo un filmato, descrivendolo a parole.

Poi risalimmo sul fuoristrada, che era posteggiato a pochi metri di distanza. Facemmo manovra e, mentre passavamo davanti al termitaio Yahaia strillò e si fermò all'improvviso.
Ci mostrò delle tracce sinuose al suolo, erano quattro e piuttosto grosse. Erano poste esattamente dove eravamo stati mentre facevamo il filmatino. Si trattava di grossi serpenti! Avevano aspettato che noi ce ne andassimo per entrare nel termitaio: potevano essere mamba?
 Ce ne andammo spaventatissimi ma anche eccitati:
tutto sommato anche quella giornata stava rioffrendo emozioni nuove.

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