Quando tornammo al pontile vi era l'armatore italiano della barca ad attenderci. Facemmo subito delle foto alle prede per portarci a casa i ricordi, poi lasciammo un barracuda ai pescatori e ne tenemmo uno per noi: c'era la brace che lo attendeva!
L'italiano che era con noi si avvantaggiò con la macchina per andare a preparare il tutto mentre noi facemmo volentieri il tragitto a piedi, un pò fieri e tronfi per l'ottima pesca. Naturalmente appena arrivammo di fronte alla casa ci gettammo in mare, facemmo una doccia per dissalarci e ci accomodammo sotto la tettoia dove c'erano diverse coppie: i vicini, il segretario d'ambasciata con la moglie, alcuni italiani che lavoravano nei villaggi. Egoisticamente temetti che si fosse sparsa la voce della nostra pesca e fossero venuti tutti lì per divorarci la preda. Che altro potevano volere da noi? Invece erano tutti lì per l'ambasciatore e quando iniziarono a portare le pietanze smisi di aver paura per l'assenza del cibo: il barracuda era servito per fare il sugo per una pasta, per fare un'enorme quantità di un delizioso carpaccio condito con lime, olio, sale e pepe rosa e per una quantità di porzioni di pesce alla brace spaventosa.
Per dirla tutta il barracuda avanzò e mi pentii, a fine pasto, enfio di cibo com'ero, di aver formulato nella mia testa l'immagine di quelle boccucce divoranti.
Ci accomiatammo dall'allegra compagnia che si era creata ed andammo a riposare sui lettini all'ombra. Alla fine pagavamo il conto della sveglia mattutina, della mattinata intensa di barca, della camminata al sole, del bagno e, soprattutto, dell'incredibile abbuffata.
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