Il giorno successivo lo trascorremmo con le nostre due amiche veneziane.
Ci proposero di seguirle mentre andavano a distribuire dei vestiti nei vari villaggi dell'isola.
Partimmo con un pullmino e, dopo aver fatto una quindicina di chilometri sulla strada, ci inoltrammo nell'interno, in direzione diametralmente opposta a Kiwengwa. Ai campi coltivati, si sostituirono i palmizi e, in ogni dove, dei gruppuscoli di persone camminavano lungo la strada, indirizzati verso chissà quale meta. Le case in fango divennero una costante, circondati sempre da una vegetazione visibilmente domata a stento dagli interventi umani.
Ad un certo Mohammed, l'amico delle ragazze, si fermò nei pressi di un piccolo villaggio. Le ragazze completamente a loro agio, si fecero chiamare le donne del villaggio e a loro cominciarono a presentare pantaloni, magliette e vestiti vari per i piccoli. Le madri accettavano felicemente i doni e ringraziavano sia con le parole, sia con i gesti. I piccoli, una volta rotta la naturale ritrosia generata dalla timidezza, si divertivano ad indossare immediatamente i vestiti a loro proposti, per poi tornare di corsa ai loro giochi. Solo dopo i rimproveri delle madri che li incitavano a ringraziare, tornavano, facevano un sorriso, che, oggettivamente, ripagava del viaggio e ripartivano di corsa.
Ecco una motivazione valida per un viaggio in quelle latitudini: la ricerca di un sorriso!
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