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Parliamo di me di nome e di fatto Utente: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 18:02
martedì, 27 gennaio 2009

Salimmo nell'imbarcazione che ci venne indicata. Un uomo di un'età indecifrabile, vista la barba bianca e le rughe che solcavano il volto, era il nostro nocchiero. Pensai che la vita di quell'uomo fosse tutta registrata da quelle rughe. La fatica, il sole, la salsedine erano tutte cose che si potevano facilmente immaginare solo osservandogli il volto.
Nel frattempo era cominciato a piovigginare ed il mare, che si stava ingrossando, faceva un pò di onda ed il basculare della barca provocava qualche schizzo di acqua marina che riconoscevo dalla pioggia per la temperatura diversa, decisamente più calda.
Il viaggio durò una mezz'ora e vedemmo presto spuntare davanti ai nostri occhi un atollo decisamente biancastro. Si trattava di una lingua di sabbia, che durante la bassa marea, emergeva, asciugando la sabbia sotto i caldi raggi solari africani e, durante l'alta marea scompariva sotto ai flutti.
Quando arrivammo la poesia scomparve velocemente: qualche centinaio di persone vi sbarcarono tutte insieme, addossandosi, gli uni agli altri, come tante pecore. Pensai al concetto delle vacanze inteligenti.
Dopo poco tempo, viste le condizioni meteo ed il mare che pareva andare peggiorando, le nostre guide ci richiamarono e ci imbarcarono di nuovo.
Durante il nuovo tragitto, terminata l'empasse emotiva iniziale con gli sconosciuti compagni della traversata, ci presentammo gli uni agli altri. Tutti avevano avuto la stessa mia sensazione e ci rimanemmo subito tutti simpatici. In particolare c'erano due coppie, della provincia di Verona con i quali legammo un pò. Come al solito, in questi casi, le presentazioni prevedono che si comunichi, il nome, il luogo di provenienza ed il lavoro. Qui uscì che erano dei commercianti di vini della loro regione, entusiasti della loro produzione d'eccellenza, l'amarone della valpolicella. Il mio compagno di viaggio, produttore di un ottimo Chianti Colli Senesi, s'appassionò in una discussione enotecnica che durò a lungo.
Nel frattempo con le barche, in fila indiana, eravamo giunti in una selva di atolli densi di magnolie. Ci fecero visitare delle insenature da sogno, completamente prive di segni della presenza umana.
Complice la stagione veramente pessima, ci fecero sbarcare in un'area predisposta per il pranzo dove c'erano dei gazebo con dei tavoli e delle panche. Essendo noi arrivati troppo presto per il pranzo, ci lasciarono liberi di fare una passeggiata. C'erano degli scrosci di pioggia di tanto in tanto ed il cielo veramente cupo cambiava in maniera decisa i colori dell'acqua e della vegetazione lussureggiante che avevamo intorno. Lungo la spiaggetta un'ancora arrugginita, lasciata là chissà da quale naviglio, divenne oggetto di una serie di scatti fotografici. Ogni tanto il cielo si riapriva, lasciando crescere arcobaleni stupendi.
Al suono della campana corremmo tutti al pranzo. Naturalmente decidemmo di pranzare con i simpatici veronesi.  
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postato da lucavirgili alle ore 11:31
sabato, 17 gennaio 2009

Il mattino successivo avevamo progettato una gita presso un micro arcipelago di mangrovie e, mentre consumavamo la colazione presso il patio del ristorantino, il figlio del proprietario ci indicò la donna posseduta della notte che si agitava nelle faccende domestiche quotidiane. Rimanemmo stupiti dal suo fare normale, così come se non fosse accaduto niente. Del resto non era mica stata malata e non aveva convalescenze da fare. Inoltre non esisteva neppure il senso della vergogna: era evidentemente normale che i demoni potessero scorrazzare nei corpi della gente in maniera più o meno impunita.
Non ci ponemmo più il problema: quella era la loro cultura.
Arrivò il pullmino che ci avrebbe trasferito alla barca. Il tour era stato organizzato dai ragazzi del posto. Non erano legali, in quanto l'autorizzazione per queste attività turistiche ce l'avevano solo i villaggi turistici, che regolavano così i prezzi, logicamente in alto. Avevamo trovato giusto invece stimolare l'impresa privata locale e, nonostante temessimo l'inganno, avevamo provato a fidarci.
Invece l'organizzazione era perfetta. Non eravamo i soli ad aver creduto alle potenzialità dei tour operator del posto: nel pullmino salirono altre tre coppie, tutti italiani.
Fatte le presentazioni ognuno si contenne nella propria sfera della privacy e non familiarizzammo affatto durante il viaggio di trasferimento.
La descrizione del viaggio era stata affidata ad un baldo giovanotto che parlava un italiano fluido e privo di forme dialettali.
Attraversammo l'isola e passammo da Zanzibar town, la città dell'isola. Qui, il giovanotto scese e ne salì un altro che prese saldamente il governo della situazione. Sarebbe stato lui ad accompagnarci per tutta la giornata. Non saprei dire perchè, ma non mi era simpaticissimo. Magari inconsciamente ci si fida di colui che, nonostante sia sconosciuto, ti da l'imprinting iniziale e chi lo sostituisce non riesce a guadagnarsi la fiducia. In ogni caso, arrivammo alla destinazione finale ci trovammo quasi all'improvviso davanti ad uno spiazzo con dei rottami e delle capanne. Ci fecero scendere dal pullmino e, fatto un breve tratto in discesa, ci trovammo davanti una serie di imbarcazioni, naturalmente più simili alle piroghe che a delle normali barche.
Il cielo era plumbeo e la vista di quelle precarie imbarcazioni, ci fece pensare al peggio.
Non sarebbe stato piacevole di certo essere colti da un fortunale, mentre cercavamo di raggiungere gli atolli.
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postato da lucavirgili alle ore 11:11
giovedì, 08 gennaio 2009

La luna rischiarava il breve tragitto che ci separava dalla nostra abitazione e la bassa marea ci rendeva la camminata più facile, permettendoci di camminare sulla sabbia bagnata, molto più compatta.
Mentre il mio compagno andava commentando la serata, stigmatizzando l'ospitalità straordinaria di quella giovane coppia, cominciammo ad udire delle grida.
Dal semibuio della notte cominciammo ad intravedere le luci del patio del ristorante accese ed, intorno ad esse, un cospicuo numero di persone che si assembravano intorno.

Ci avvicinammo incuriositi.

Dei ragazzi autoctoni, si sporgevano, cercando di non farsi notare, lungo la recinzione che separava un'abitazione dalla proprietà del ristoratore. Ogni tanto uno di loro correva e raccontava degli accadimenti ad un altro gruppetto che, evidentemente, non voleva farsi notare.

Cominciammo a chiederci cosa stesse accadendo e, dopo, aver formulato delle ipotesi fantasiose, ci decidemmo a chiedere al figlio del ristoratore.

Fra il distaccato ed il divertito, ci spiegò che la donna di mezza età che viveva nella casa accanto era posseduta da un demonio e, dopo una certa attesa, era finalmente arrivato lo stregone del villaggio che la doveva esorcizzare.

In maniera ritmica si sentivano le urla della donna ed una litania recitata da un uomo.

Ecco cosa facevano i ragazzi: cercavano di spiare dalla finestra, debitamente coperta con una tenda, gli eventi dell'interno.
Pensai che il gruppo dei giovanotti fosse composto da un gruppo di scettici e da un gruppo di timidi agnostici, che, per non correre il rischio di sbagliare, se ne stavano in disparte, a volte il demone si palesasse loro per davvero. Certo il mondo moderno era presente, ma le superstizioni ancestrali anche e lo dimostravano ampiamente sia il comportamento dei ragazzi, sia le frasi di Tumbo, quando ci aveva raccontato delle maledizioni nei confronti dei ladri della bicicletta che aveva regalato alla figliola.
Nello stesso momento riaffiorarono nella mia testa le immagini dei Tinga Tinga che avevo visto appesi nella casa, con questi demoni stilizzati multicolore e ne capii il fondamento artistico. Evidentemente non si trattava di un esercizio pittorico dell'artista, ma una forma catartica tesa ad esorcizzare la parte maligna che s'impossessa delle loro/nostre menti di tanto in tanto.

Nel frattempo le urla iniziarono a diminuire.

Il figlio del ristoratore disse che la donna si stava tranquillizzando. Chiesi se avesse un'idea razionale dell'origine della possessione. Mi fu chiarito che la razionalità non esiste, ma probabilmente il tutto poteva avere un'origine legata al marito che magari aveva dato attenzione ad un altra moglie, essendo la poligamia consentita dalla loro religione.
Cominciò a risultarmi chiara la necessità della presenza dello stregone: lui era il mediatore o, meglio, il giustificatore che regolava il cattivo fato con le speranze e le emozioni della gente, spesso tradite da un cattivo comportamento umano.
Facendo uscire il demone, riusciva a far uscire la disperazione dalla mente, fino a riportare la tranquillità necessaria del soggetto colpito, per il quieto vivere della microsocietà del villaggio.
Quando la situazione fu tranquillizzata integralmente ce ne andammo a letto, colmi di pensieri relativamente a quanto avevamo vissuto.
Tuttavia il sonno ebbe il sopravvento in tempi relativamente brevi.
 
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