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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 11:28
lunedì, 28 agosto 2006

 

Ci incontrammo, prima di cena, presso un bar del paese, dove lei ed un’altra ragazza, che lavorava alla reception dell’agriturismo mi stavano aspettando.

Andammo a mangiare tutti insieme in  un ristorante all’antica, a gestione familiare. Qui velocemente prendemmo confidenza con le gestrici del locale che simpaticamente prendevano in giro l’amica della ragazza, una donna, a dir loro, dai famelici gusti sessuali. In effetti durante il corso della cena raccontò ogni genere di vicenda, anche quelle più piccanti, senza peli sulla lingua. Naturalmente dopo un po’ di timidezza da parte mia, mi abbandonai a delle risate fragorose, non potendo far niente per contrastare questa sua esuberanza.

Alla fine della cena, furbescamente, se ne andò lasciandomi solo con la ragazza. A quel punto i segnali divennero inequivocabili e, arrivati al parcheggio, non potevo far altro che prendere una decisione in merito. Potevo salutare ed andarmene oppure lanciarmi. Decisi per la seconda e ci trovammo avvinghiati appoggiati alla sua auto. Le chiesi se avesse relazioni con qualcuno, visto che avevo seguito la sua evoluzione apparentemente sentimentale con il fantino. Negò di avere alcuna storia, anzi affermò con decisione di essere libera.

Le volli credere.

Non andammo oltre il passionale avvinghiamento e, un po’ stordito da quanto mi era capitato, essendo già tardi, decisi di salutarla e di tornarmene a Siena.

Mentre ero in macchina non feci altro che pensare a cosa era accaduto.

Ne ero felice.

 

Arrivando a Siena le mandai un messaggio per comunicarle il mio arrivo ed una entusiastica buona notte.

Nei giorni successivi ci sentimmo telefonicamente. Non resistemmo molto senza vedersi e c’incontrammo questa volta a Siena.

Lei doveva venire per incontrare un americano a cui interessava la sua tesi di laurea, un tesi di antropologia, per una sua pubblicazione negli Stati Uniti.

Dopo avremmo potuto passare un po’ di tempo assieme, c’eravamo detti.

La incontrai fuori da un pub dove lei aveva incontrato l’americano le andai incontro, visto che aveva le stampelle e la baciai sulle labbra. Mi accorsi che ne era felice.

Le chiesi quali fossero i suoi programmi per la sera e mi disse che avrebbe dovuto andare prendere dei libri da una sua amica tedesca che viveva nella periferia della città. La invitai a cena fuori ed accettò, ma quando le chiesi se fosse il caso di andare dopo cena da questa sua amica, mi guardò male: era venuta per me e non per la sua amica. Capii velocemente cosa sarebbe avvenuto.

 

Arrivammo da questa sua amica velocemente, prendemmo questi libri e poi tornammo in centro dove saremmo andati a cena. Era freddo, era l’inizio dell’inverno. Durante l’ora di cena non c’era molta gente per la strada principale, ma avevo la sensazione di essere osservato da chi passava.

Del resto la gente la riconosceva: era stata spiattellata in tv per giorni.

Questo fatto mi rendeva un po’ nervoso, invece di farmi piacere.
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postato da lucavirgili alle ore 12:58
venerdì, 25 agosto 2006

Durante la serata in disco ogni tanto gettavo lo sguardo sull’amazzone che, essendo handicappata dalle stampelle, se ne stava seduta su un divanetto. Dalla parte opposta vi era il suo compagno che se ne stava seduto con una donna che aveva organizzato la segreteria del programma. A volte la storia ritorna nella vita delle persone e costei era stata una mia avventura da ragazzo, a diciotto anni. In quel momento si trovò di nuovo ad incrociare la mia vita, fino a quel momento in maniera non evidente, successivamente in maniera maggiore.  

Apparentemente non c’era niente di male nel comportamento di lui. Ma questo fatto suscitò nella conduttrice una sorta di reazione. Mi chiamò e mi disse con decisione di fissare una data per cenare con una amica comune. L’amica altri non era che la mia scenografa.

Accettai.

 

Non ero così convinto di far bene, anzi ero abbastanza riluttante all’idea. Cosa voleva da me? Non era forse impegnata con il fantino suddetto?

Decisi di non chiamarla.

 

Mi chiamò invece la mia scenografa la quale aveva già organizzato una cena in una casa di campagna del suo ragazzo. Avrei dovuto accompagnarci la ragazza in questione.

 

Ci incontrammo a casa mia dove decidemmo di andare con una macchina sola.

Durante il viaggio parlammo amichevolmente del più e del meno, di cosa era accaduto dopo la trasmissione e di altre frivolezze, ma dentro di me passavo al setaccio le emozioni che stavo provando.

Una volta giunti a destinazione vi incontrammo, se Dio vuole, ad un’altra coppia di amici comuni.

La discussione la voltammo su argomenti generali.

Ma, senza volerlo, ci trovammo proiettati in una situazione da fidanzatini agli occhi dei nostri commensali.

 

Rigettavo l’idea.

 

Quando l’accompagnai alla sua macchina riuscii a congedarmi senza far trasparire niente.

Non ne sono certo, ma ,magari si aspettava qualcosa di più da me.

 

Non ero convinto dei sentimenti che stavo provando. Anzi mi chiedevo se mi attraeva o meno, insomma ero molto dubbioso ed indeciso.

 

Continuai a non chiamarla.

 

Ci trovammo ancora a cena assieme per una festa chic, organizzata da Alessandro Nannini ed anche lì passammo la serata scherzando e ridendo.

Un’altra volta insieme a tutti i partecipanti al reality ed io, che mi trovavo seduto accanto al suo compagno, mi sentii stranamente in difficoltà  quando lei si sedette di fronte a me.

 

Caspita! Cosa stava accadendo?

 

Una mattina mi trovavo in un bar del centro di Siena ed ero in compagnia di una mia amica austriaca, una ragazza molto bella, con la quale ho ed avevo un ottimo rapporto di confidenza, quando venni raggiunto da una telefonata della tipa.

Scherzando mi invitò a cena in paese nei pressi dell’agriturismo dove avevamo realizzato il reality. Non ci trovai niente di male ad accettare l’invito: avevamo ormai trascorso diverse serate assieme ed avevo imparato a non dare più adito a me stesso di preoccupazione.

Mi comandavo di non lasciare che certi sentimenti prendessero il sopravvento su me stesso.

A seguito della telefonata scambiai un parere su questa situazione con la mia amica austriaca che, da buona donna, aveva subodorato che c’era qualcosa filtrato nelle mie frasi.

Le fornii qualche dettaglio sulla situazione e lei mi disse che, secondo lei, la tipa ci stava provando e che sarei stato costretto prima o poi a prendere una decisione in merito.

 

Negai con decisione, ma dentro di me sapevo che era vero.
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postato da lucavirgili alle ore 11:38
giovedì, 24 agosto 2006

 

Il suo compagno fantino era nel corpo dei partecipanti, quindi evitavo di superare il concetto di galanteria educata.

Strada facendo, vivendo a stretto contatto con loro, iniziai a capire che le loro cose non dovevano andare bene, tanto è vero che le chiesi se stessero ancora insieme. Mi rispose di no, ma il loro atteggiamento era quello di una coppia con liti furibonde che scoppiavano spesso in momenti in cui le telecamere non erano interagenti con loro.

 

Mi direte: bel reality se non fai vedere queste cose. Purtroppo non avevamo la possibilità tecnica di miscelare immagini di interno con l’esterno se non organizzando il lavoro dei cameramen. Questa era la nostra possibilità, nostro malgrado.

 

Mentre vivevo questo momento, definiamolo catodico, la mia vita “normale” scorreva.

Gli studenti mi telefonarono dal Senato per avvertirmi dell’elezione del Princeps: avrei dovuto mettermi in contatto con lui per la direzione dell’Operetta.

Devo dire che mi sentivo inorgoglito che avessero comunque pensato a me, ma anche molto distratto da quanto mi stava capitando.

Ovviamente tenevo molto al risultato teatrale: a questa attività ho dedicato gran parte del mio tempo libero. Dentro di me dissi che, una volta sbollito l’entusiasmo della trasmissione, avrei sicuramente ritrovato la giusta attenzione al mio tradizionale lavoro. Non mi volli preoccupare.

 

La trasmissione ebbe una spettacolare conclusione con una macchina che produceva neve finta all’esterno del locale comune, dove con grande enfasi andammo ad eliminare, per ordine d’arrivo nell’indice di gradimento, i vari concorrenti. Ad un certo punto la macchina aveva prodotto una quantità di neve finta, una schiuma, che i concorrenti, uscendo dal locale, vi sparivano all’interno.

L’effetto non era voluto, ma rese molto sul profilo del divertimento, smorzando una tensione che apparentemente non ci doveva essere e che invece si era creata: erano in ogni caso fantini ed avvertivano anche in quel caso una certa forma di agonismo.

 

Alla fine della serata, che avvenne circa alle una del mattino, ci trasferimmo tutti presso una discoteca ad una decina di chilometri di distanza dove avevano riservato il privè.

Personalmente mi scatenai in quell’occasione. Avevamo terminato divertendoci molto, sul posto intendo. Quindi, per lo meno per quanto riguardava la nostra attività non potevamo lamentarci. Tutto sommato niente era andato storto a livello organizzativo. C’era stata un po’ di ruggine fra il direttore di rete ed un suo collaboratore di sempre, che apparentemente non avrebbe dovuto lasciare alcun tipo di strascico. Invece da questa discussione, due persone che erano state insieme praticamente tutta la vita, avevano litigato, si erano disamorate e si portarono un certo rancore che durò per un periodo, un po’ come a volte capita con gli amici di sempre, di cui conosci pregi e difetti, ma degli ultimi non hai più senso di tolleranza. Naturalmente questo non venne compreso sia dall’uno che dall’altro. Sono abbastanza felice oggi, quando li vedo ricomposti, che si aiutano di nuovo.

 

L’amicizia è un sentimento importante che dobbiamo sforzarci di coltivare, anche quando ci pare che ci tradisca.
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postato da lucavirgili alle ore 11:42
martedì, 22 agosto 2006

Non ci furono solo i premi di giornata, ma anche le punizioni di giornata e queste furono a completa discrezione del Grande Fantino.

Gli ultimi due arrivati nell’indice di gradimento venivano costretti a compiti ingrati al mattino, subito dopo l’alzabandiera.

Compiti ingrati, come pulire tutti i cavalli che avevamo nel paddock per le esibizioni equestri di ogni giorno. Oppure la condanna ad enormi camminate nelle crete senesi.  Insomma pene dure, da far accapponare la pelle.

Di fatto tutto l’insieme risultava la parodia di un vero reality, passando da una colazione ad una merenda quasi senza soluzione di continuità, condendo il tutto con scherzi, prove di recitazione, lezioni di economia o di storia, esami  a quiz, corsi di calcio, golf, nuoto etc. tanto da coprire ogni momento della giornata con qualche attività.

Durante le dirette dell’ora di pranzo e di cena la conduttrice in studio cercava di commentare, assieme a degli ospiti ogni giorno diversi, le varie situazioni che si erano create nella giornata con dei riassunti registrati.

In questi momenti si creavano delle situazioni paradossali come quando, in attesa dell’insegnante di bon ton, spavaldamente si lasciarono andare a dei commenti terribili sulla signora, per pentirsi amaramente di fronte alla registrazione.

La conduttrice interna, unica donna in questo branco di maschiacci, riuscì perfettamente a tenerli a bada, migliorando giorno per giorno la propria prestazione televisiva.

 

Alla seconda notte che passavamo nella location, casualmente, mi accorsi che accanto alla mia camera dormiva la conduttrice interna. Può sembrare strano che non lo sapessi, ma l’assegnazione degli alloggi era stata fatta dalla reception della struttura direttamente. Quindi rimasi stupito, una notte, facendo il percorso che mi portava al fabbricato dove dormivo, di fare la strada insieme con la ragazza.

Anche per lei fu una sorpresa, tanto è vero che si scusò immediatamente del rumore che faceva di notte con le stampelle, che spesso le cadevano. Per gentilezza le dissi che non avevo sentito niente, nonostante la notte precedente, un po’ a causa dell’emozione, un po’ per questi casini non avevo poi riposato così bene.

Fra il serio ed il faceto, acquisendo una confidenza che poteva risultare inappropriata, le dissi che se lo avessi saputo prima che era collocata lì, così vicino alla mia camera, l’avrei potuta corteggiare ed insidiare. Mi aspettavo da parte sua un ceffone o, nella migliore delle ipotesi, una reazione scoraggiante.

Le mie frasi, al contrario sortirono in lei un effetto positivo e divertito, che ci portò nel corso dei giorni a raggiungere una certa complicità empatica.
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postato da lucavirgili alle ore 12:04
venerdì, 16 giugno 2006

 

A questo punto mi fecero incontrare il disegnatore.

Mi portarono presso il suo studio, in un paese vicino Siena, in un capannone industriale, di notte. Se chiudo gli occhi avverto di nuovo il freddo umido della Val d’Arbia che mi colse uscendo dalla macchina. Dopo una rampa di scale si percorreva un corridoio abbastanza squallido, come se i lavori di edificazione fossero stati abbandonati. Pezzi di plastica trasparente erano penzoloni nel muro e mancavano le finiture alle porte dei vari locali.

In fondo al corridoio trovammo la porta aperta, entrammo e vi trovammo un uomo sulla trentacinquina con i baffi, alto e ben piantato, moro, dai tratti meridionali, arabeggianti. Ci accolse con un sorriso e manifestò gioia nel vederci, quasi che aver forzato la sua solitudine forzata, nell’applicazione del disegno,  gli avesse donato un attimo di felicità. Naturalmente non è vero perché chi sceglie di fare un lavoro così, in realtà, non vuole far eccessi di vita mondana.

 

In ogni caso gli chiesi cosa pensasse del soggetto e della prima sceneggiatura che aveva ricevuto per posta elettronica e mi disse che andava già bene per il suo punto di vista. Peccava un po’ nel finale, ma mi riproposi di ragionarlo ancora qualche giorno per trovarne uno migliore. Poi passai alla curiosità e gli chiesi di vedere alcuni suoi lavori. Mi fece vedere il quotidiano che svolgeva per una notissima casa editrice italiana, poi mi fece vedere i lavori per una casa americana ed una francese ed i premi che aveva vinto come copertinista. Mi spiegò quali diversità vi fossero nel costruire le tavole, indicandomi là dove vi fosse una scuola italiana di pensiero, con una divisione in sei porzioni e là dove una scuola di pensiero più aperta, come quella francese, proponesse costruzioni della pagina con maggiore fantasia.

 

Poi gli accennai il nuovo soggetto e si entusiasmò: il suo lavoro, come il mio del resto, non sarebbe stato più esclusivamente un esercizio, ma una vera e propria elaborazione intellettuale.

Da quella sera non lo rividi fino a che non portai a termine la sceneggiatura. Prima di farla vedere a lui dovetti proporla e farla accettare dal gruppo di lavoro.

Dopo di che, col disegnatore, facemmo i tagli alle tavole di troppo, in quanto mi venne a suggerire una maggiore sintesi dettata dalla fruibilità del mezzo.

Poi andammo a scegliere insieme i volti dei personaggi principali, con delle bozze che lui aveva preparato per me. Fu divertente come un gioco descrivere come avevo pensato i personaggi e vedere lui che tirava fuori da una cartellina facce identiche a quelle di cui gli avevo parlato.

 

Poi ci abbandonammo e non ci risentimmo per un bel periodo. Pensai che il suo lavoro quotidiano avesse preso il sopravvento. Nel frattempo anche io tornai alla mia ordinaria mansione di regista dell’Operetta con il solito progredire del lavoro e che andrò a descrivere in separata sede.

 

Dopo un paio di mesi, sarà stato gennaio, il disegnatore mi chiama e m’invita a vedere il primo fumetto già quasi tutto inchiostrato. Andammo tutti assieme e rimanemmo a bocca aperta. I cavalli erano bellissimi e, devo dire, che la storia, che non mi soddisfaceva su carta, vista disegnata mi parve molto più forte.

 

Poi ci fece vedere la copertina e ci piacque subito. Rimaneva da sistemare lo stacco fra una storia e l’altra e decidemmo di mettere delle vignette di cui mi presi la responsabilità, le avrei scritte alla scadenza del lavoro, messo alle strette dal gruppo di lavoro, su dei tovaglioli di carta di un bar.

 

Venne pensato il formato e la composizione grafica ed uno di noi si propose per farsi fare i preventivi tipografici.

Ormai a maggio del 2003 il fumetto era completato. Dovetti andare a correggere le bozze in tipografia tre volte e in pochi giorni fu tutto pronto.

 

Per la presentazione feci mettere nel salone delle Vittorie del museo della mia Contrada delle teche dove vi erano in mostra alcune tavole originali del fumetto.

Poi arrivò il momento della presentazione e, quando venne il mio turno di parola, tradii un po’ d’emozione nel parlare del mio lavoro, ma in pochi minuti riuscii a dare una visione ed una giustificazione al lavoro di tutti.

Poi fummo assaliti dalla gente e le seicento copie che avevamo preparato furono comprate istantaneamente, come se si trattasse di un oggetto di culto. A me è rimasta solo la copia delle bozze che avevo corretto.
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