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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 12:06
lunedì, 13 febbraio 2006

 

 

Ad insaputa del Cerbiatto, condussi tutto il gruppo nella zona della vichinga.

Una volta giunti, il Pompa, sempre emozionato, si gettò dentro una vetrina.  Il perfido Pei si mise a cronometrare la prestazione e in quattro minuti e cinquantanove secondi riuscì, perfettamente vestito. Fra le risate clamorose di tutti fu risoprannominato al momento “Cinque minuti col resto”. Mentre ridevamo il Cerbiatto era come ipnotizzato dalla sadomasochista: passava avanti e indietro di fronte alla vetrina, poi veniva da me e mi elencava gli strumenti di tortura che deteneva all’interno.

Lo convinsi ad entrare e, nonostante fosse un discreto freddo, quando uscì, era perlato di sudore. La signora non lo aveva percosso come aveva temuto fino a quel momento, ma gli aveva applicato un macchinario, come lo definì lui stesso, un elettrodomestico, che sarebbe potuto servirgli anche per casa.

Era diventato un Cerbiatto smanaccione.

 

 

Il giorno successivo andammo a visitare il museo delle cere.

A differenza del Rijsk Museeum, questo piacque loro in maniera incredibile. Alla fine della visita erano eccitati ed affamati. Durante il pranzo provai a proporre, visto che era l’ultimo giorno, una visita anche al Van Gogh Museeum. Pensavo che fossero ben disposti ormai alle visite museali, visto il successo mattiniero del museo delle cere.

Invece mi sbagliavo. Mi presero in giro e, dopo avermi detronizzato da capogita, continuarono la pressione alle vetrine.

Pastina, essendo un ragazzo di cultura, si staccò da loro e decise di accompagnarmi.

Mi sentii sollevato. Non sarei dovuto andare da solo. Non che avessi paura, ma andare in due ad un museo consente di scambiare pareri, pensieri, emozioni.

 

 

Avevo già potuto ammirare alcune delle opere di quell’Artista nel passato, una prima volta a Roma ed una seconda a Parigi. Questa volta ebbi la sensazione di un intero percorso pittorico e le nozioni che avevo appreso a Storia dell’arte tornarono tutte belle fresche, vive e vegete, nella mia mente. Comprese anche tutte quelle lezioni di Sgarbi proposte alla televisione agli inizi degli anni novanta.

All’uscita dal museo ero realmente arricchito.

Penso anche Pastina.

 

 

Ritrovammo gli altri alla birreria sotto l’albergo.

Pei aveva cronometrato di nuovo il Pompa che, avendo fornito un’analoga prestazione, ormai si sentiva bistrattato e colpito nell’onore personale di maschio.

 

 

Era l’ultima notte che passavamo in questo luna park per adulti.

I soldi che avevamo portato cominciavano a scarseggiare, quindi decisi di prelevarne un po’ per trascorrere in gioia le ultime ore.

Anche i portafogli degli altri cominciavano a far vedere le spia rossa, quindi limitavano le loro azioni, cercando di arrivare alla notte con i soldi per l’ultima scappata al quartiere rosso.

Dopo cena andammo di nuovo.

Il Pompa mi chiese un prestito per lavare l’onta. Glielo concessi senza pensarci ed in men che non si dica si era infilato nel loculo di una signorina asiatica.

 

 

Pei, come al solito, aveva azionato l’orologio. Passarono i minuti e quando si arrivò al quarto d’ora di attesa iniziammo a preoccuparci. Ci fu chi disse che si poteva essere sentito male e chi affermò che era uscito da un uscita secondaria per farci credere di aver segnato un record.

Alla fine uscì, con il giaccone in mano, fiero della sua prestazione. Pei era sconvolto: non lo avrebbe potuto più prendere in giro. Costretto al racconto si sprecò inizialmente sulle doti della ragazza fino al momento in cui fu costretto a dire che era stato mandato via perché non portava a termine l’atto. I cattivi presero la palla al balzo e lo torturano per quanto fu nelle loro possibilità.

Al rientro in albergo, fu addirittura colto mentre parlava col proprio “aggeggio” e pare che dicesse:”vai uccellino! A questo giro il becchime ‘un t’è mancato!”

Non potete immaginare cosa non accadde.

Le risate si propagarono fra tutte le camere fragorose e prendemmo sonno con difficoltà.

 

 

Al mattino successivo iniziammo il viaggio di ritorno.

Cerbiatto non aveva ancora terminato il proprio show. Appena salito in aereo, pareva che non mangiasse il cibo del suolo patrio da millenni. Si strafogò con intensità nelle pietanze e si fece portare una piccola bordolese da un quarto di vino rosso.

La terminò in un attimo e ne chiese un’altra alla hostess che, pur facendo un faccia cattiva, gliela concesse, segnalando che sarebbe stata l’ultima.

Era fiero. Me la fece vedere da lontano e mi complimentai con lui.

Entrammo in una turbolenza e l’aereo prese a vibrare. Voltai lo sguardo verso il Cerbiatto che cercava di mangiare con una mano e tenere la bottiglia ferma con l’altra.

Ad un certo punto fu costretto ad afferrare il coltello per tagliare una fettina della sua pietanza. Lasciò la presa della bordolese. L’aereo ebbe uno scossone e la bottiglia saltò in aria. Il Cerbiatto cercò di afferrarla al volo, ma, nonostante i suoi goffi sforzi, cadde rovinosamente a terra, dove si rovesciò.

Preso dalla rabbia divenne completamente rosso e lasciò andare una bestemmia a tutta voce fulminante.

Tutti i passeggeri si voltarono a guardare chi avesse potuto proferire tale offesa alla divinità. Era evidentemente un comportamento stigmatizzabile, antisociale, da eretico che non andò bene.

 

 

Questa volta la vergogna lo divorò e, fino all’arrivo in Italia, non ebbe da ridire niente altro.

La vacanza era terminata.

 

 

A me restò però la riacquisizione del divertimento, dopo due anni di lutto personale.

Decisi che l’anno che sarebbe venuto, il 1999, avrebbe dovuto essere all’insegna della bella vita.

E lo feci.
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postato da lucavirgili alle ore 08:41
venerdì, 10 febbraio 2006

Passai il mio tempo dentro ad una birreria ad ascoltare Pastina, l’altro compagno, molto più timido, che ci aveva raggiunto da Londra.

Pastina è un medico specializzato in ematologia, ricercatore nel settore applicato della biologia molecolare. In quel momento si faceva il mazzo in Inghilterra ed era abbastanza alienato dagli studi. Mi volle raccontare per un’oretta della sua vita londinese. Là viveva condividendo un appartamento con un indiano ed il massimo del divertimento che aveva avuto negli ultimi tre anni era stato ubriacarsi nei pub al venerdì sera. La vacanza ad Amsterdam era per lui un fatto straordinario.

Pensai che se mi fossi alleato con lui avrei potuto provare a portare gli altri a vedere la città con gli occhi di un turista normale e non accecato dalle libidini e dalle lussurie.

 

 

Il giorno successivo, grazie al suo aiuto, li portai a visitare il Rijsk Museeum.

Non fu un’operazione semplice: riuscii a convincerli dicendo loro che le ragazze la mattina non lavoravano e che si poteva andare anche un po’ in giro. Ebbero da ridire perché avrebbero preferito andare al museo della birra, dove si sarebbero lasciati andare a gozzoviglie senza limiti, ma accettarono la mia proposta. Mi colpì quando si trovarono davanti ad un enorme dipinto di Rembrandt. Immaginatevi una sala molto grande dove, in una parete, il dipinto copre un’area di tre metri per cinque. Al di sotto vi erano i visitatori che ammiravano, da seduti, la sconfinata bravura artistica.

Sono certo che qualcuno ci si possa sentire anche male al cospetto di tanta bellezza.

Ecco, i miei compagni, dopo alcuni attimi di silenzio, ebbero da commentare che il Pittore doveva aver guadagnato pochi soldi se avesse prodotto quadri così grandi. Mi spiego meglio: associarono l’idea di una produzione per così dire “industriale” all’arte. Mi stupii e li portai a vedere le vestigia napoleoniche dove trovarono un maggiore interesse, gareggiando fra loro in castronerie storiche.

 

 

All’ora di pranzo sentirono tutti il bisogno di mettersi seduti in una qualche tavola.

Cercai di trovare all’interno della struttura museale una caffetteria, con la speranza di poter continuare a visitare le splendide sale. Purtroppo non vi era niente da mangiare e fiu costretto a cedere alle loro insistenti proteste.

Trovammo poco fuori dal museo un pub dove si nutrirono avidamente, quasi come se non avessero mangiato da giorni e giorni.

Alla fine del pasto furono subito pronti per tornare nel quartiere rosso.

 

 

La sera precedente si erano fatti ingabolare da un imbonitore di locali che aveva venduto loro dei biglietti per uno spettacolo di strip in un altro locale, questa volta molto più lussuoso.

Malvolentieri andai.

Mi dispiaceva sostituire gli splendori del Rijsk con tette e cosce a go go.

Una volta dentro trovai da ridere abbastanza per non curarmene più.

 

 

Il locale si presentava questa volta con l’idea di una produzione seria e le prime prestazioni furono abbastanza curate.

Ad un certo punto si presentò una ragazza completamente paludata in pelle nera. In mano andava brandendo una minacciosissima frusta equina che si divertiva a far schioccare sul palco.

Ogni colpo veniva accompagnato da un “oooooh” spaventato del pubblico.

All’improvviso discese in platea e, in inglese, chiese un volontario per il suo show.

Ci trovammo, come a scuola, tutti quanti nascosti sotto le poltrone e tirammo un sospiro di sollievo quando un americano, spinto dal suo gruppo di compagni, accettò di accompagnare la gentile artista.

Il Cerbiatto ed il Pompa ripresero, dopo il terrore, una smagliante forma e cominciarono a prendere in giro il malcapitato.

Urlavano epiteti da trivio ed applaudivano senza sosta ogni scudisciata vergata dall’orrenda sadica. Il massimo lo raggiunsero quando mise in bocca al tipo una maschera con palla rossa in bocca. Rischiarono di morire affogati dalle risate. In quel momento maturai l’idea di riportare il cerbiatto dalla vichinga estrema della sera precedente.

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postato da lucavirgili alle ore 12:14
giovedì, 09 febbraio 2006

Amsterdam è un antico porto che, secondo me, si porta dietro tradizioni antiche.

Le scoperte geografiche del secolo XVI la arricchirono e la lanciarono come ricca città marinara ove ogni genere di materia preziosa, proveniente dalle varie latitudini del mondo, veniva sbarcata e commercializzata per tutto il nord Europa. Marinai di ogni dove la affollavano e le tracce della loro presenza sono ovunque, a partire dai nomi delle birrerie e delle locande. Laddove vi erano marinai vi erano donne che li accoglievano e li sollevavano nell’animo, al ritorno dalle lunghe tratte oceaniche.

 

 

Anche oggi ad Amsterdam vi è un quartiere dove odierne gentili fanciulle continuano a sollevare gli animi degli uomini, sempre provenienti da ogni dove.

Il Red lights District è un perimetro posto nel pieno centro della città dove le ragazze esercitano la loro professione. Il tutto in vetrina, oggi come allora, come qualsiasi altra merce preziosa.

A differenza degli altri stati, l’Olanda ha deciso di statalizzarle e di fissare un prezzo comune e fiscalmente tassato. In cambio offre loro la sicurezza, visto che la Polizia visita costantemente e salvaguarda il quartiere da pericolosi malintenzionati.

 

 

Accanto a queste attività vi sono locali dedicati allo strip, sexy pub, musei del sesso e chi più ne ha più ne metta. Ce n’è per tutti i gusti.

 

 

I miei compagni di viaggio non furono esenti dal richiamo di queste sirene e, per loro, fu motivo principale della vacanza.

Mi trascinarono, nel pomeriggio successivo, in un locale di spogliarello.

 

 

Qui l’ambiente era abbastanza squallido. Si accedeva ad una saletta per una cinquantina di posti a sedere mediante una scaletta angusta. Una volta giunti in vetta, questa fu la sensazione tanto ripida era la scala, ci trovammo di fronte ad uno spettacolo giudicabile tra il brutto ed il bruttissimo.

Ad un certo punto entrò in scena una donna sulla trentina con un abito lungo rosso.

Prima che la regia facesse partire le luci e la musica, praticamente sull’applauso d’ingresso, uno di noi, il Pei, essendo un po’ miope, socchiuse gli occhi per vedere meglio. In preda ad un raptus di eccitazione improvvisa a tutta voce disse che non ne poteva più: doveva andare a sistemare le questioni in una vetrina. Gli chiedemmo cosa gli avesse procurato quell’effetto, visto che la donna sul palco era completamente vestita, in maniera quasi ascetica.

Non trovò risposte e ci trascinò, senza vedere la fine dello show, nel bel mezzo delle vetrine.

 

 

Qui iniziò, per noi, una scarpinata incredibile. Il Pei indeciso volle vedere tutte le offerte prima di sceglierne una. Ognuna aveva un difettino. Badate bene: ci sono realmente donne per ogni genere di richiesta. Anche gli altri erano tutti titubanti. Il Cerbiatto era attratto da una vichinga che però aveva addobbato la vetrina con fruste e catene e la cosa lo spaventava da morire. Per questo anche lui rinunciava.

 

 

Il freddo iniziava a pungere i volti e lo costrinsi a fare una pausa presso una caffetteria per prendere un genere di conforto, una bevanda calda che ci riscaldasse e fosse guida per una decisione veloce.

In realtà si trattava di una forma di timidezza del gruppo: avevano paura di fare il primo ingresso dentro al negozio. Una volta compreso il problema, mi feci carico della rottura di questo argine iniziale ed entrai dentro alla bottega di una bella ragazza bionda in pieno stile nordico.

Alla mia uscita li trovai tutti in attesa trepidante della mia recensione sulla bontà della prestazione. Feci il grandioso e gli portai poche informazioni.

Non ero arrivato neppure al prezzo che si erano volatilizzati tutti dentro alle varie vetrine.

 

 

Il Cerbiatto pavidamente evitò la vichinga.
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postato da lucavirgili alle ore 14:46
mercoledì, 08 febbraio 2006

Prendemmo il treno che dall’aeroporto giunge nel centro della città.

Qui, come tanti Fantozzi, trascinandoci dietro dei trolley gonfi di vestiti inutili, giungemmo presso l’albergo. Era collocato all’interno di un edificio tipico per l’architettura di Amsterdam. La reception era posta al primo piano, al piano terreno vi era una birreria con delle ragazze in shorts che ogni mezz’ora dichiaravano un happy hour, dimenandosi sopra ai tavoli. La collocazione ci parve ottimale per le nostre aspettative.

 

Ci vennero assegnate due camere, una a tre posti letto ed un’altra doppia, con l’utilizzo di un bagno in comune nel corridoio.

Qui vi fu subito da nascondersi per l’ennesima figuraccia: il cerbiatto entrò nel bagno e a gran voce iniziò a lanciare improperi nei confronti nostri perché aveva trovato il bagno sporco. Mentre coloriva le sue espressioni con moccoli ed epiteti inauditi, comprendemmo che il bagno non era da suddividere solo fra noi  ma anche con altre tre ragazze di Roma, che sorprese dalle dolcezze del cerbiattino, uscirono dalla camera.

Non vi sto a dire la colorazione del volto del Cerbiatto alla loro vista: il rossore gli avvampò la testa, dal collo alla fronte, in un baleno.

 

Appena pronti scendemmo, entusiasti, in strada.

Li convinsi, nonostante la loro riottosità, ad un giro per i canali mediante un vaporetto. Al proprio interno, mentre attraversavamo le varie chiuse, si addormentarono tutti, come bimbi. Finalmente stetti tranquillo per una mezz’oretta.

Ebbi modo di riscoprire quella città, dove vi avevo passato un paio di giornate di passaggio prima di andare in Indonesia la prima volta. Mi parve ancora più bella. Forse ero invecchiato ed ero meno distratto da altre facezie e maggiormente attratto dalle straordinarie architetture create rubando la terra al mare.

 

Il risveglio delle belve mi devastò ogni genere di gusto estetico.

Dovevano essere prima di tutto nutrite e li portai a vedere da fuori alcuni ristoranti, tra cui il mio preferito, il ristorante argentino, dove già mi ero sfamato a base di bisteccone.

Me lo rigettarono momentaneamente. Scelsero da bravi italiani di andare in un ristorante italiano perché se non mangiavano la pasta si sentivano male. Anche in questa occasione ci fu da vergognarsi.

Tutti ordinarono dei primi piatti normali.

 

Ordinai, per spirito polemico, delle patate al forno in stile irlandese, cotte nella carta stagnola e condite con del burro. Il Cerbiatto, mosso da spirito emulativo, le volle anche lui. Non appena la cameriera le servì, iniziò con una raffica di bestemmie e di offese in italiano, nei confronti del ristorante, del proprietario e naturalmente anche nei miei confronti.

La motivazione era che le patate al forno dovevano essere al forno normali e non in altra ricetta.

Cercai di fermarlo in ogni modo, ma non ci fu verso, continuò senza soluzione di continuità. Fino a che non arrivò la cameriera, che con buone maniere gli chiese in romanesco se fosse di Firenze. Si zittò subito e ridiventò rosso scarlatto ancora una volta.

Si tranquillizzò e tentò anche di fare il simpatico con la ragazza, ma quando pagammo il conto e gli chiesi di lasciarle una mancia, non solo la negò, ma aggiunse, con straordinaria cattiveria, che la mancia se la doveva far dare dagli Olandesi, visto che vi era andata volontariamente a lavorare.

Certo, non sarebbe stato lui ad arricchirla.

 

Fra le sue doti migliori infatti splende l’avarizia.
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postato da lucavirgili alle ore 12:02
martedì, 07 febbraio 2006

Prima di iniziare le prove dello spettacolo, mi concessi una breve vacanza ad Amsterdam.

L’occasione me la fornirono alcuni amici di sempre della mia Contrada.

Alla metà di Ottobre mi proposero di fare un week end lungo per le festività dei Morti e Santi. Non ci pensai due volte ed accettai al volo.

 

 

Del resto erano trascorsi degli anni dall’ultima volta che mi ero concesso un viaggio, quindi mi pareva giusto riprendere quel genere di vacanza. Inoltre dovevo pur ricominciare a vivere la mia vita a pieno regime viste le batoste che avevo preso.

Faticavo ad ingranare con le donne: mi pareva di essere completamente bloccato, forse anche arido a livello sentimentale. Sicuramente una vacanza mi avrebbe fatto bene ed avrebbe cambiato il tran tran quotidiano degli spettacoli e dello studio di essi, naturalmente sommato al mio lavoro quotidiano.

 

 

Devo dire che tutto quel viaggio fu una barzelletta.

Partimmo all’alba dall’aeroporto di Peretola, a Firenze. Gli amici non erano mai stati in aereo, quindi mi toccò fare da capogita.

Feci per loro il check in, poi li portai nel pullman che ci avrebbe trasportato in aereo. Una volta giunti all’interno, il pullman fu bloccato per attendere un ritardo della partenza. I passeggeri, uomini d’affari, coppie in viaggio di nozze, olandesi in via di rientro dall’Italia, si misero con l’anima in pace ed attendevano con pazienza.

I miei amici no!

Erano sovraeccitati come bambini. Uno in particolar modo, piccolo e un po’ tozzo di statura,   da noi soprannominato il cerbiatto, per la perfidia con cui si distingue, iniziò a tirar fuori le sigarette. Non solo non si poteva fumare in via generica, ma, all’interno di un pullman chiuso, era proprio una vigliaccata contro gli altri passeggeri. Ecco, se non fumava pareva che morisse. Accese una sigaretta. Lo rimbrottai e fu ripreso da tutti gli astanti.

Iniziavo a vergognarmi.

 

 

Una volta dentro all’aereo, eravamo in quattro a partire dall’Italia ed un altro ci avrebbe raggiunto da Londra, ci avevano assegnato i posti in due file.

A me toccò la fila davanti.

Quelli seduti dietro, naturalmente il Cerbiatto ed un suo simbiotico compagno di statura, il Pompa, iniziarono a fare un casino come a scuola. Dopo un po’ di vergogne varie, decisi di fargli allacciare la cintura di sicurezza.

Ovvio fu che non sapevano allacciarsela e li aiutai.

Dopo un po’, mentre l’aereo stava rollando, uno di loro sganciò un orribile peto. Si diffuse un odore acre e terrificante.  Non contenti chiamarono la hostess, come se fosse la maestra e le chiesero di sentire quale bontà di odore avessero prodotto, naturalmente senza dimenticare di sottolineare la purezza dell’aria della Toscana, per poi litigare per chi dei due fosse stato il vergognoso colpevole. Venni chiamato in causa per dirimere la questione, il tutto mentre la hostess assumeva un colorito verdognolo.

Feci finta di dormire: ero in uno stato di difficoltà allucinante.

Continuarono così per  tutto il viaggio, litigando per la colazione e, naturalmente, stressando la vita della hostess.

Riuscimmo ad atterrare senza che i due, Cerbiatto e Pompa, riuscissero a devastare tutto.

 

 

All’aeroporto di Schipol, ci riunimmo con l’altro amico, detto Pastina, che proveniva da Londra.  Dopo un breve momento di abbracci e racconti vari, ci trovammo di fronte al problema di trovare un albergo: naturalmente non avevamo prenotato. Fummo fortunati e trovammo un alloggio presso un alberghetto a basso costo in pieno centro.

 

 

La vacanza era pronta al decollo.
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