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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 11:43
martedì, 21 marzo 2006

In autunno gli studenti universitari, i Goliardi, nel corso di una cena, mi chiesero cosa ne pensassi della regia dell’Operetta dell’anno precedente e se fossi in grado di prendermi la responsabilità di dirigere ancora.

Rispetto al 1995, quando mi ero avventurato, per la prima volta, in quel lavoro, mi sentivo molto più forte. Ero forte di una commedia individuale e due regie esterne per il Liceo Classico e queste erano esperienze che si erano andate a sommare con le altre mie precedenti. Senza dimenticare il lavoro continuativo e sperimentale che avevo svolto con i bambini. Avvertivo più che altro sicurezza nella gestione degli attori e degli artisti che lavorano intorno ad uno spettacolo di questo genere. Avevo creato una cerchia di conoscenze settoriali tale che mi permetteva di essere tranquillo per lo sviluppo dello spettacolo in se stesso.

 

 

Inoltre c’era da dire che già da qualche anno l’Operetta, come anche la Commedia del Liceo o le Commedie di vernacolo, più in generale, stavano già, a poco, a poco, diventando forme di cultura residuale di una città che era già in ampia trasformazione. Di fondamentale importanza per la tracciabilità storica, ma ahimè, cultura ormai abbastanza tracimata dagli eventi.

 

 

Con questo non voglio negare l’assoluta forza socializzante di questi spettacoli che vengono faticosamente messi in scena nella mia città. Vorrei piuttosto accendere un faro sulla miopia dei gestori che sono più tesi ad intrattenere, piuttosto che a far crescere, a mostrare piuttosto che a creare. Con questo atteggiamento fanno pagare somme di denaro sconcertanti per l’affitto degli spazi teatrali, costringono le compagnie povere a reperire sul mercato degli affitti gli spazi per le prove, costringendole a tirare la cinghia su di un costume o su di un pannello scenografico.

Quando, poi, vengono creati gli spazi, devono essere condivisi con brigate di passionisti politicizzati che prendono immediatamente il sopravvento su qualsiasi gruppo teatrale, che magari ha decenni di storia alle spalle, per quanto riguarda l’Operetta, addirittura centotre anni consecutivi, considerando il breve stop  causato dalle due guerre e ti costringono ad andare a provare in locali malsani, luridi ed angusti.

Con tutta probabilità queste iatture sono ben evidenti in ambito teatrale anche in tutto il territorio nazionale, vista la crisi che si agita in questo campo, ma, perdonatemi, l’ho vissuta abbondantemente in questi anni per non gridare il mio personale malcontento.

 

 

Quindi, su richiesta del Principe di quell’annata, accettai l’incarico in maniera responsabile ed entusiasta.

Prima di dire di sì volli accertarmi di avere il suo appoggio continuo e costante durante il corso dell’anno ed il massimo sforzo gestionale da parte sua per la realizzazione economica dello spettacolo.

Poi convocai i miei compagni di scrittura con cui avevo condiviso l’insuccesso della primavera precedente. In uno di loro, un giovanotto dalla penna infuocata, ottenni soddisfazione: aveva un’idea e lo coltivai, divertendomi molto.

 

 

Ero pronto per questa nuova avventura.
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postato da lucavirgili alle ore 12:46
lunedì, 20 marzo 2006

Il 1999 significava principalmente la fine del secolo e del millennio.

In verità un terrore millenaristico si nascondeva tra le pieghe del normale pensare. Sarà stato per una forma di comunicazione generale mediante la quale si cercava un’assonanza con l’altra fine del millennio.

 

 

Ma l’unico serio pericolo di crash di tutto il mondo veniva indicato nel “Millennium bug”, una falla nei computer di tutto il mondo al cambio esatto della data.

Per mesi, tutti i giorni se ne sentivano ripetere i rischi in TV e, naturalmente su internet, che nel frattempo era diventato di gran lunga il mezzo di comunicazione di massa più diffuso nel mondo.

 

 

La gente cominciava ad organizzare la festa di capodanno già in estate.

Durante il viaggio in Australia con i miei compagni di viaggio ci eravamo dichiarato i nostri intenti in relazione a quella data fatidica.

Dissi loro che, visto che, siccome gran parte della mia vita l’avevo trascorsa tra i Goliardi, avrei voluto trascorrerlo assieme a quel gruppo.

Per l’appunto i Goliardi, vecchi e giovani, mummie e gli studenti di quell’annata, stavano mettendo su un Comitato organizzativo, teso a produrre eventi per il nuovo millennio.

Alla fine aderimmo tutti a tutte le iniziative che avevano pensato.

Principalmente stavano organizzando una festa all’interno dell’Accademia dei Rozzi. Per l’esattezza in platea.

Avevano prenotato i Camaleonti dopo milioni di discussioni su chi chiamare a suonare.

Si agitarono molto nel periodo estivo per cercare di organizzare tutto con precisione.

 

 

Bisogna aggiungere che il Comune di Siena, nel frattempo, si stava attrezzando per organizzare un concerto in Piazza del Campo con Gianni Morandi e la gente stava iniziando a preferire l’evento all’aperto rispetto a quello proposto da questi amici al chiuso.

Quindi tutti i loro propositi bellicosi di essere unici nell’organizzazione andarono scomparendo passo, passo che ci si avvicinava al periodo invernale.

 

 

Durante il Palio di luglio e di agosto venni contattato di nuovo per la TV per partecipare di nuovo al talk show. Questa volta non dovevo più presentare libri, ma fare l’opinionista.

La cosa mi riuscì abbastanza bene, soprattutto d’agosto, quando, a causa dell’ennesimo cavallo grigio toccato in sorte alla mia Contrada, mi lasciai andare ad uno sfogo di insoddisfazione particolare che raggiunse toni elevati.

Non voglio fare del razzismo equino: un grigio può tranquillamente galoppare di più di un baio e nella storia della Festa spesso hanno vinto dei grigi.

Il fatto è che per una venticinquina d’anni ci erano toccati quasi sempre dei grigi: pareva una maledizione. Evidentemente non pareva solo a me, visto il seguito che ebbi in quella esternazione.

Sta di fatto che la televisione lentamente stava prendendo piede all’interno delle mie attenzioni hobbistiche.

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postato da lucavirgili alle ore 12:04
venerdì, 17 marzo 2006

 

 

Il giorno successivo iniziammo il rientro in Italia.

Da Phoenix tornammo di nuovo a Newark e da qui volammo tranquillamente verso Roma.

Eravamo divertiti ed entusiasti di quell’esperienza. Tutto sommato era durata veramente troppo poco, tanto è vero che, nei commenti in aereo ci veniva spontaneo dire che avremmo dovuto prolungare il viaggio e la permanenza negli Stati Uniti.

 

 

All’atterraggio a Roma vi era, come in tutte le mie organizzazioni, un amico che ci avrebbe riaccompagnato a Siena.  

Passando la dogana, lo vedemmo subito. Eravamo eccitati: dovevamo raccontare subito a qualcuno le strane situazioni che avevamo vissuto.

Ma, mentre lo stavamo aggredendo con i racconti delle nostre gesta. Ci informò che un nostro amico aveva prima tentato di uccidere la fidanzata, a seguito di un litigio. Poi, pensando di averlo fatto, si era suicidato, gettandosi giù dal ponte di Petriolo, sulla Siena-Grosseto.

 

 

Rimanemmo di sasso.

Siena è una città piccola. Incontrarsi quotidianamente è facile, ma le relazioni umane che si creano sono basate sulla conoscenza relativa delle persone che, spesso rimane tale per tutta la vita, senza mai trasformarsi in amicizia.

Lui stava nel nostro ambiente goliardico, anzi, siccome aveva pochi anni meno di me, lo conoscevo sin dai tempi del liceo. Negli ultimi anni era venuto a sciare con noi, a Cervinia, dove avevamo una casa in multiproprietà ed avevamo approfondito la nostra conoscenza.

Ci comportavamo con lui  però come si comportano i più anziani con i più piccoli: un po’ con sufficienza.

Oltretutto era un ragazzo bello e veniva assalito dalle ragazze. Quindi vi era anche un lieve sapore di gelosia nei suoi confronti, come spesso avviene soprattutto negli ambienti socialmente troppo piccoli.

Aveva avuto sempre delle belle ragazze, ma l’ultima lo era in particolar modo. Erano stati fidanzati per qualche anno e poi, come spesso avviene quando l’amore svanisce, erano iniziati dei momenti di crisi.

Da fuori non si percepivano informazioni della loro sfera privata. Avevo compreso, scambiando qualche parola con lui, che non dovevano essere totalmente in buon accordo in quel momento, ma pareva una situazione gestibile.

Lo avevo salutato, prima di partire, in maniera calorosa, alla festa che c’era nel dopo Operetta. Mi era parso con dei pensieri ma tranquillo, come sempre.

Quindi quando venni a sapere a Roma della tragedia rimasi veramente male.

Non mi pareva una cosa vera, cercai di recuperare nella memoria ricordi di lui, per cercare di fissarlo nella mia testa.

Non potevo averlo perduto così.

 

 

Non volli giudicarlo per l’azione commessa. Tutta quella storia era tragica e non c’era più bisogno del nostro giudizio.

 

 

Ultimamente ho incontrato la ragazza.

Abbiamo avuto delle grosse difficoltà nel riparlare dell’evento. Mi ha detto che è stato difficilissimo per lei superare quei momenti. Ma anche per i genitori ed i parenti di lui non c’è stata più pace, ne sono certo.

Con tutte le complicazioni del caso.    

La mente umana, a volte, fa brutti scherzi.
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postato da lucavirgili alle ore 10:40
giovedì, 16 marzo 2006

La casa, al suo interno, era abbastanza normale alla fine. All’esterno invece cambiava radicalmente.

Vi era un patio con una piscina a forma di cuore antistante. La cosa che mi stupì, ma che, evidentemente era una necessità in una casa di lusso di quella regione, fu un sistema di refrigerazione esterno con soffi di aria gelata che venivano spruzzati tipo nebbia in tutto il perimetro del patio.

 

 

Mi venne chiesto di togliere la giacca e di mettermi a mio agio, ma scioccamente rifiutai.

Invece chiesi se fosse stato possibile acquistare del vino.

Fui immediatamente accontentato. Lasciai il mio amico in casa con i parenti e me ne andai con il tipo che mi avevano presentato durante il cocktail del mattino.

Mi caricò su di un enorme fuori strada, nero ed accessoriatissimo, nella parte posteriore vi era un televisore appeso al soffitto con un videoregistratore sottostante. Oggi non fa effetto, visto che impianti di questo genere vengono proposti anche nelle macchine di serie, ma vi posso garantire allora mi lasciò abbastanza stupito.

 

 

Mi accompagnò presso un’enoteca dove vi era un party a porte chiuse. Essendo però lui un ottimo cliente, ci fecero entrare. Mentre il party continuava, l’inserviente tentò di vendermi un Chianti della mia provincia. Gli feci capire che ero italiano e, per l’appunto, proprio di Siena.

Si scusò.

Chiesi allora un consiglio per l’acquisto e detti anche delle indicazioni utili per la scelta.

Uno doveva essere di una grossa azienda ed il vertice della produzione, uno doveva essere un vino famoso nella grande distribuzione e l’ultimo di una piccolissima azienda che però proponesse grandi prodotti.

 

 

L’inserviente ci portò una quindicina di vini. Gli occhi del mio accompagnatore s’illuminarono e li volle assaggiare tutti.

Già eravamo abbastanza brilli dal pranzo, a quel punto stavamo per rompere ogni freno inibitorio.

Decisi di acquistare in fretta i miei vini per evitare di fare brutte figure.

Devo dire che fu una buona scelta che mi consentì di fami un’idea dei vini californiani, tra l’altro sia provenienti dalla zona di Napa Valley, sia dalla zona di Sonoma Valley.

 

 

Prima di tornare, però volle farmi visitare il suo ristorante preferito.

Era allestito come una specie di trattoria italiana. Tavoli quadrati da quattro posti, sedie impagliate, tovaglie a quadri bianche e rosse, foto di panorami marini italiani attaccate alle pareti.

Mi presentò il gestore. Anche lui si chiamava Antonio ed era siciliano.

Con lui parlai in italiano direttamente. Mi confessò che a questo, indicando il mio compare: “ glielomettoindoculotuttiggiorni!” perché tutti i giorni andava a mangiare nello stesso posto, allo stesso tavolo, con tutta quanta la famiglia e gli faceva spendere cento dollari a persona.

Poi mi spiegò che faceva venire il pesce fresco dalla California, ma io penso più dal Messico, con l’aereo e che i suoi avventori rimanevano sempre molto impressionati di poter mangiare pesce in una città fondata in una zona così arida.

Mentre lui pensava di derubarli, a me venne in mente che, tutto sommato, gli prestava soltanto un servizio, con un grosso margine di guadagno, è vero, ma soltanto un servizio.

 

 

Riuscimmo ad accomiatarci da Antonio e tornammo alla casa degli sposi.

Il mio compagno di viaggio era abbastanza in difficoltà, perché essendo timido e scarsamente dotato del vocabolario inglese, aveva dovuto sostenere diverse discussioni con uomini e donne che lo avevano avvicinato, non ultima la sposa, con la quale si era intrattenuto in una lunghissima chiacchierata. Quando mi vide mi maledisse per un po’, poi tutto tornò alla normalità. Venni criticato per l’acquisto dei vini e dell’orologio. Poi decisero di rilasciarci.

Prima però uno zio volle regalarmi una cravatta con dei bicchieri mezzi pieni che poi ho regalato, a mia volta, a mio padre che la indossa fieramente.

Dovevo aver fatto una buona impressione di gran bevitore a quella gente!

 

 

   

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postato da lucavirgili alle ore 11:39
martedì, 14 marzo 2006

 

Durante il cocktail venimmo presentati a gran parte degli invitati.

Il fatto era che, per quanto fossimo esperti, non riuscivamo a far durare il calice di champagne troppo a lungo, di conseguenza ci veniva riempito con solerzia dai camerieri ben istigati dai parenti.

Devo però aggiungere che eravamo addirittura molto soffici rispetto al regime degli altri maschietti: vodka e whisky venivano serviti a gran profusione sia secchi che miscelati con varie sostanze.

Sta di fatto che non ero più abituato a bere, quindi ero particolarmente sofferente anche di fronte allo champagne.

 

 

Ci venne presentato l’arcivescovo che ci rincuorò immediatamente visto lo stato di ebbrezza che lo stava dominando.

Ci venne presentato anche un tipo super ricco sulla cinquantina, col capello impomatato, moglie giovanissima ed una mezza squadra di calcio di bambini.

 

 

Riuscii a familiarizzare con lui.

Misericordiosamente giunse il momento del pranzo.

Ci venne assegnato un tavolo di amici che parlavano tutti italiano. Vi era un italo canadese, mercante di stoffe a livello nazionale, un inventore di ristoranti, cioè uno che veniva pagato per inventare ex novo il locale, accompagnato dalla moglie, originaria di Verona, due industriali della carta italo americani. E noi!

Ci sedemmo e tutti ci chiesero dell’Italia quasi in contemporanea.

Vi era stata la guerra per il Kossovo e l’argomento di discussione fu per un po’ quello, dove riuscii a tenere banco per un po’, accusando di mollezza sia la politica europea dei tempi precedenti sia quella degli Stati Uniti che non era stata sufficientemente incisiva al posto di quella europea.

Poi mi chiesero di Berlusconi.

In quel momento non riuscivo a vederlo affatto vincente.

Invece loro mi dicevano che avrebbe fatto strada: era apprezzato da una buona parte degli americani.

Forse molto più che in Italia.

Mi resi conto della loro americanità quando arrivammo a parlare della gestione globale ed uno di loro mi disse che erano riusciti ad allacciare commercialmente tutto quanto il mondo.

Mi venne in mente l’impero romano.

 

 

Poi parlammo di abiti e l’italo canadese volle spiegarmi la bontà delle stoffe di Zegna.

Mentre parlavamo il pranzo veniva servito. Rimasi colpito dal cameriere che passò dal nostro tavolo chiedendo se fossimo allergici a qualche pietanza. Solamente oggi si sente questa richiesta in Italia. Le pietanze erano completamente italiane: antipasti toscani, lasagne, brasati, arrosto. Il vino era un Chianti Classico, mi pare Tenuta di Lilliano.

Mi pareva di essere a casa, anche se poi la qualità non era eccezionale. Va bè, mi pareva di essere a casa in un ristorante di bassa categoria.

 

 

Nel contempo venivano fatti dei discorsi dagli sposi, dai parenti, dall’arcivescovo, a cui dovettero togliere a forza il microfono di mano.

Non saprei dire se fosse stato lui, ma alcuni anni dopo il vescovo di Phoenix venne incriminato per pedofilia. Personalmente volli pensare che fosse lui e che fosse stato un reato strumentalizzato, giusto per togliere un alcoolizzato dal potere.

 

 

Durante il taglio della torta, gli sposi al microfono, vollero ringraziare tutti gli invitati, i familiari, l’arcivescovo, che rispose con un cenno ondeggiando qua e là. Ma soprattutto vollero ringraziare Romolo e Luca ceh erano venuti dalla “bella Italia”. Ne seguì una standing ovation di cinque minuti dove riuscimmo ad avere colorazioni del volto che andavano dal rosso scarlatto fino all’indaco.

Non mi ero mai vergognato così tanto.

 

 

Meno male subito dopo partì l’orchestra che era pronta già da un’ora.          
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