Al mattino successivo, fatti velocemente i bagagli, raggiungemmo in macchina l’aeroporto.
Avevamo preso il cd di Nathalie Imbruglia, cantante di origine australiana e lo ascoltavamo in silenzio, per ciò che mi riguarda, con un certo sapore amaro in bocca.
Tutto sommato stava terminando un sogno che avevamo coltivato a lungo.
Al deposito dell’aeroporto riprendemmo il dipinto aborigeno e c’imbarcammo lasciando indietro quello splendido continente.
Il viaggio di ritorno non ebbe scossoni particolari, tranne che un aereo davanti al nostro, durante la coda d’atterraggio a Singapore, commise un errore e fummo costretti a rifare la manovra. Niente di rischioso comunque.
Arrivammo in Italia il giorno successivo.
A Firenze vennero a prendermi una coppia di studenti universitari, che mi chiesero, nel tragitto fino a Siena, di andare a dare un’occhiata alla stesura del copione dell’Operetta. Fu buffo perché gli altri avevano le rispettive fidanzate ad accoglierli ed io due bei maschioni.
Bella figura!
Non c’era da scomporsi più di tanto, visto che per tutta la vita non ho avuto nessuno ad attendermi che non fossero i miei genitori.
Non sapevo niente delle loro idee per quanto riguardava quel testo. Del resto stavo lavorando alle prove della commedia del Liceo quindi ero particolarmente scusato.
Dissi loro che avrei dovuto dare il privilegio al lavoro primario ma che li avrei aiutati volentieri. Nutrivo una certa spinta intellettuale verso la scrittura di un copione operettistico: era una cosa che non facevo da un bel po’ e mi fece piacere riavvicinarmici.
Per alcuni giorni successivi ebbi da lamentarmi del jet lag che mi faceva venire un sonno bestiale alle ore più impensate. Poi, lentamente, riuscii ad uscire da quella situazione e ripresi il ritmo normale. Avevo un’abbronzatura invidiabile e mi pareva di essere molto figo.
Come sempre, però, non fu sufficiente a raccogliere alcun frutto. L’essere figo è uno stato mentale che purtroppo dura poco, se non lo sei veramente, quasi come l’abbronzatura.
Ero appena rientrato che mi giunse per posta un invito ad un matrimonio negli Stati Uniti. Si sarebbe svolto in maggio, la settimana successiva alle Feriae Matricularum, a Scottsdale, cittadina alle propaggino di Phoenix, in Arizona.
Era stato invitato anche un amico mio.
Il soggetto invitante era una ragazza che avevamo conosciuto all’Operetta molti anni prima. Era venuta a Siena per studiare italiano e noi l’avevamo assoldata per aiutarci nel trucco degli attori. Si era affezionata a noi a tal punto che ci aveva presentato ai suoi genitori che, si sono affezionati a loro volta a noi e, ormai da dieci anni a questa parte, vengono ogni estate a Siena.
Il mio amico mi chiamò e mi chiese che intenzioni avessi e, nonostante fossi tornato solo da pochi giorni, decisi che sarei ripartito volentieri.
Volevo che la fine del millennio fosse sancita al meglio delle mie possibilità.
Prima del viaggio avrei dovuto portare a termine tutto il lavoro che mi ero preposto.
Quindi, con entusiasmo mi accinsi a riavviare le prove della commedia e, in rapida ed immediata successione, alla scrittura del copione dell’Operetta.
Avvertivo, in quel tempo, l’esigenza di produrre qualcosa di mio.
Mi venne in mente di provare a raccogliere i lavori che avevo prodotto nei dieci anni precedenti. Si trattò di un’esperienza completamente nuova.
Chiesi ad un amico che aveva appena avviato una casa editrice se avesse avuto piacere nel pubblicare le mie commedie. Mi disse subito di sì. Ci mettemmo d’accordo sulle modalità economiche del lavoro e iniziai a recuperare i miei copioni. Molti di essi erano scritti a macchina- all’epoca dei miei primi esperimenti non era comune l’uso del PC. Oggi ci può sembrare strano, ma appena venti anni fa tutto era molto diverso. Razzolando tra i miei cassetti recuperai anche gli appunti ed i primi testi completamente scritti a penna. Oggi la penna non la uso quasi più e, addirittura, mi fa abbastanza impressione tenerla in mano.
Dovetti far ribattere tutto al PC e trasformarlo in materiale elettronico. Nel frattempo preparai il mio primo sito in internet, che doveva servire per appoggiare il lancio del libro. Venivano rivolte speranze nella forma di pubblicizzazione virtuale che non trovavano nell’immediato l’approvazione dell’utenza, che era, tra l’altro, ancora molto bassa rispetto all’attuale.
Alla fine del mese di maggio fui in grado di presentare il libro, “Fresco, quattro commedie per grandi e cinque atti unici per bambini”, presso una sala di Palazzo Berlinghieri, un edificio posto in Piazza del Campo a fianco del Palazzo Comunale.
Avevo fatto richiesta di questo spazio pubblico all’allora sindaco, il quale vide bene di fornirmi la sala in concomitanza della presentazione di un’”opera d’arte”, detta “La Pera” di Cragg, uno scultore di fama internazionale. La scultura in questione, come viene descritta dal nome, era un’enorme serie di dischi sovrapposti che andava a formare una specie di pera. Questa mia è una versione eufemistica di quella forma. I Senesi ebbero ben altre parole per definirla, in maniera caustica.
Venne presentata in Piazza S.Agostino e, la sua apposizione, trovò una feroce contestazione da parte della cittadinanza.
La trovavano deturpante dell’estetica di quella parte della città.
La pera fu poi acquistata e posta nei giardini del Collegio Tolomei, fuori della portata della fruibilità quotidiana.
Praticamente la mia presentazione servì a quel sindaco per distogliere un po’ di attenzioni dalla contestazione.
In ogni caso l’evento venne bene.
Venni introdotto da Maria Grazia, la intelligente donna che mi aveva lanciato come autore agli inizi degli anni novanta e da tutti gli altri dirigenti della mia Contrada che, durante il loro mandato, avevano sponsorizzato i miei spettacoli.
La parte pubblica mi aveva fornito il Direttore del Museo Civico, al posto dell’Assessore alla Cultura che, evidentemente, era impegnato alla difesa della Pera. Non ci fu affatto da lamentarsi delle sue parole che furono di estremo elogio del mio operato. Mi paragonò, per l’occasione, agli scrittori accademici dei Rozzi, antesignani del teatro moderno e questo mi inorgoglì molto.
Chiusi personalmente la discussione affermando che se avessero continuato a parlare così bene di me avrei trovato anche moglie.
Trovai una risata generale sdrammatizzante e mandai tutti al cocktail party che avevo organizzato a seguire.
Il libro mi fu diffuso nei giorni immediatamente successivi da tutte le librerie senesi e terminò abbastanza velocemente.
Ne tenni da parte un centinaio di copie per i miei regali personali.
E’ abbastanza buffa, a distanza di anni, la copertina.
Avevo scelto una mia fotografia da bambino, con i pantaloncini corti, mentre vado sintonizzare un canale del televisore di casa, un vecchio Brionvega col trasformatore, risalente agli anni sessanta.
Progettammo una mega vacanza.
Talmente erano stati belli i viaggi precedenti e, soprattutto, ben raccontati, che si erano voluti aggiungere a noi due viaggiatori ormai storici, altre sette persone.
Eravamo tutti Goliardi, della stessa età ed avevamo condiviso numerosissime esperienze assieme.
Nonostante questo, viaggiare e condividere decisioni in così tanti non è semplice.
Eravamo consapevoli di queste difficoltà e, fin dalla fase progettuale, ci eravamo dati il concetto di libertà decisionale sul posto: se avessimo avuto idee diverse ci saremmo divisi senza porsi problemi.
D’altronde non eravamo mica fidanzati.
La destinazione era il Venezuela.
Da questo paese ci si aspettava molto: natura, natura selvaggia, mare, montagne, foreste.
Lo pensammo come un viaggio che coprisse tutti gli aspetti.
Come al solito, non organizzammo niente dall’Italia: avevamo solo il volo di andata e di ritorno e la prenotazione in albergo per la prima notte.
A me spettò organizzare una sorta di servizio taxi che ci accompagnasse all’aeroporto a Fiumicino e, naturalmente ci venisse a riprendere. Stipendiammo delle matricole, che notoriamente sono assetate di denaro, affinchè ci offrissero i loro servigi. Per l’andata tutti si fidarono ciecamente, per il ritorno i miei compagni di viaggio furono scioccamente dei malfidati: pensavano che ci lasciassero a Roma.
Invece la mia organizzazione fu perfetta.
Arrivati all’aeroporto di La Guaira, ci trovammo di fronte uno spettacolo eccezionale: una montagna verde si stagliava adiacente al mare. E’ uno spettacolo bellissimo, obbiettivamente poco contaminato. Sicuramente dovette fare grande effetto anche ai navigatori esploratori cinquecenteschi.
Prendemmo dei taxi per raggiungere Caracas.
La città si trova in una conca, di origine vulcanica, al di là della serie di montagne.
L’odore che veniva scaturito dalle auto era completamente diverso dal nostro. Obbiettivamente ci sembrava di essere in un altro mondo.
Obbiettivamente lo era.
Appena iniziato a spoggettare, apparivano i “Rancitos”, povere costruzioni che si accalcavano l’una sull’altra. Passando con la macchina riflettevo su chi vi dovesse abitare, come potesse vivere.
Poco dopo assistemmo sempre sulla strada ad una scena cruda: un furgone della polizia era fermo sul ciglio della strada. All’esterno vi erano delle persone con le mani alla testa e dei poliziotti, con un gilet con la scritta “omicidios” che brandivano delle armi verso i malcapitati.
Ci rendemmo immediatamente conto che eravamo arrivati in un posto dove occorreva prestare attenzione.
Nel settore Feriae Matricularum era diventato Princeps “Carletto”, un bravo ragazzo, di grande statura morale, serio, fin troppo e, diciamolo pure, ricco.
Era così soprannominato “Carletto” per una sua somiglianza con Carlo Sassi, noto giornalista sportivo in quegli anni in voga alla moviola.
I Goliardi anziani lo avevano caldeggiato durante il periodo elettorale sognando cene pantagrueliche condite da ogni genere di vizio.
Invece la sua elezione scontentò gran parte dei Goliardi giovani, i quali lo contestarono durante tutta l’annata: non si sentivano ben rappresentati. Lo ritenevano assolutamente non in grado di portare avanti il gruppo.
Di certo i due candidati che furono trombati non si erano impegnati meno di lui in campagna elettorale.
Anzi anche loro avevano pagato laute cene agli anziani.
Proprio per questo, durante l’annata, lo ostacolarono moralmente e, a seguito di un Operetta non ben riuscita, riuscirono a praticargli la cosiddetta “damnatio memoriae”.
L’ultimo giorno di Feriae, il sabato, mentre passava la Mille Miglia dal centro, gli studenti, come al solito, davanti al Nannini Conca d’Oro, facevano il muraglione umano.
Si trattava di una curva umana finta che indicava un percorso sbagliato alle macchine, imbrogliando il pilota di passaggio con un applauso.
Naturalmente era uno scherzo forte che piaceva tanto alle persone di passaggio: una volta una mia amica, che viveva in Germania, mi telefonò per dirmi che mi aveva visto alla TV di stato tedesca, mentre facevo il cretino con le auto storiche.
Lo scherzo terminava con l’intervento della Polizia in moto che, sorridendo, si imponeva e lasciava scorrere il traffico nel giusto senso.
Durante quell’annata il divertimento fu prolungato ed il Princeps non riuscì a mandare i Balioti ad approntare il pranzo che si sarebbe poi svolto nell’entrone del Palazzo Comunale, in Piazza del Campo.
Partì una polemica infernale contro il povero Carletto, che veniva accusato di essere stato di poco polso.
Fu momentaneamente destituito dal proprio compito. Gli furono tolti i paramenti, il Mantello ed il Goliardo e furono affidati a me, ormai maggiormente affine ai dottori, affinchè gli facessi vedere come avrebbe dovuto organizzare quell’evento.
Per tutto il pomeriggio rimasi con i suoi paramenti addosso.
Poi, la sera, prima dell’avvio dell’Operetta, lo ammanettammo addirittura ad un termosifone del fumoir del teatro, affinchè non cantasse l’inno di partenza dell’Operetta.
Venne il padre e la madre a raccomandarsi che lo sciogliessimo e che lo lasciassimo terminare il proprio compito.
Mossi a compassione, venne liberato.
Anche quelle Feriae ebbero così il loro momento di gloria.
Il Princeps Carletto, nella lapide posta a memoria dei Princeps nel chiostro della cattedrale di S. Francesco, oggi sede della facoltà di economia, venne scolpito col cognome scorretto e volutamente storpiato dal Princeps dell’anno successivo.
Fu ingiusto nei suoi confronti.
Il 1994 è un anno in cui non ho fatto spettacoli di nessun genere.
Stranamente.
Avevo cessato l’impegno in Contrada per quanto riguardava gli spettacoli estivi.
Avevo terminato, narrativamente parlando, il ciclo che mi ero preposto. Dovevo trovare nuove idee e nuovi spunti.
L’esperienza in regia fatta al Liceo Classico era apparentemente conclusa.
Non avevo neppure la scadenza biennale degli spettacoli per bambini. Quindi mi sentivo in vacanza totale, pronto per ogni genere di stupidaggini.
Fra le varie potrei raccontare questa.
La mia famiglia è proprietaria di una piccola azienda agricola nei pressi di Castellina in Chianti, dove si produce vino ed olio.
La casa è posta nel corpo di un piccolo borgo medievale ubicato a mezza collina.
Il panorama, nelle giornate chiare, è strepitoso.
Da una conca, di origine vulcanica, con gli occhi si spazia verso la Val d’Elsa, si superano le colline del volterrano, dove si ergono, apparentemente immobili, i soffioni boraciferi, fino ad arrivare a supporre il declinare successivo verso la Val di Cecina.
Al di sotto degradano vigneti fino alla base della conca, dove vi è un casale dove vi abitano i proprietari della azienda agricola confinante con la nostra.
Una bella azienda di Chianti Classico con vigneti bagnati dal sole.
Sono cresciuto con i tre fratelli, oggi proprietari di quell’azienda.
Con il maschio abbiamo fatto, in sezioni diverse, il Liceo assieme e tutto il corso goliardico di Feriae Matricularum. E’ un ragazzo eccezionale, generoso, buono d’animo. Insomma, un vero amico, di quelli che ti porti dietro per il resto della vita.
Il padre, un signore di classe, a volte un pò burbero, ma, a proprio modo simpatico, all’epoca, ancora dirigeva l’azienda.
Era quello un momento di gran tiro per il vino: gli americani erano clienti ottimali. I loro rappresentanti venivano in Italia per comporre gli ordini ed eravamo molto soddisfatti per gli affari. Di certo ci trovavamo in una situazione molto diversa da quella odierna, dove ci troviamo di fronte ad una congiuntura economica negativa ed ad una forma di concorrenza mondiale straordinaria.
In primavera invitai degli amici Goliardi a pranzo.
Era una domenica. Me lo ricordo nitidamente perché vi era il Gran Premio di San Marino a Imola. Fu, per l’esattezza, il giorno che Senna ebbe l’incidente mortale.
Alla fine del pasto, un po’ perché volevo ascoltare le notizie del Gran Premio, un po’ perché non volevo che mi disturbassero mentre lavavo i piatti, cacciai gli amici fuori di casa a fare una passeggiata. Doveva servir loro in funzione digestiva, vista l’enorme quantità di vino e cibi consumati.
Invece cosa fecero?
Vista la giornata di sole, il contatto con questa natura bella e selvaggia, decidono di rigenerarsi, di ritemprarsi, di riportarsi alle origini primordiali. Insomma si denudarono completamente e presero a correre nei vigneti adiacenti al casale sottostante. Il tutto bestemmiando e spisciazzando qua e là, come dei veri esseri brutali.
Se ci fosse stato il mio amico non sarebbe accaduto nulla, vista la nostra comune origine goliardica.
Invece vi era il padre con un gruppo di clienti americani che stavano stipulando un contratto per la fornitura di un notevole quantitativo di vino.
Dalle mie finestre aperte avvertii delle urla.
Dopo pochi minuti i cretini apparvero ansimanti a casa e mi dissero che c’era stato uno che li aveva minacciati di morte. Non avendo visto che erano stati nudi, non mi rendevo conto della portata dell’accaduto.
Ad un certo punto mi rivelarono il misfatto. Li feci sloggiare immediatamente.
Tornammo velocemente a Siena.
Nei giorni successivi il mio amico sospettò che li avessi comandati io e dovetti rassicurarlo.
Non ero responsabile del misfatto. Allora studiò, in accordo con il padre, una forma di accomodo: li avrebbe chiamati a casa, a Siena, affinchè si scusassero.
L’incontro avvenne dopo quasi un mese.
Si presentarono col capo cosparso di cenere e le mani gonfie di regali. Erano una truppa di vergognosi scellerati. Dopo una lunga ramanzina, dove loro si sarebbero prestati ad ogni genere di angheria pur di riparare il danno recato, il padre gli fece comparire, da dietro ogni suppellettile, i loro amici Goliardi, precedentemente nascosti, che li sbeffeggiarono bellamente.
La loro vergogna si trasformò in smacco.