In quel periodo, di fatto, avvertivo di essere sin troppo permeato dai fatti altrui e, quasi, quasi avrei voluto essere maggiormente egoista. Pensavo che forse sbagliavo a concedere la mia vita integralmente alla mia passione, alla gestione ed al piacere altrui.
Iniziai, quindi, a riflettere se mi divertissi ancora nel farlo.
Di certo ero programmatico ed avevo prolungato il progetto che mi ero proposto quando avevo riiniziato la direzione Operettistica nell’anno duemila. Allora avevo pensato di stare due anni in regia, per poi tornare a scrivere individualmente.
Al contrario mi ero affezionato all’ambiente ed avevo prolungato, ponendomi come obbiettivo l’anno duemilacinque come anno di riflessione. Si trattava di un lustro intero che, col senno di poi, significava un lavoro di ispezione antropologica, su scale diverse, di un mondo che era integralmente variato.
Ci eravamo proiettati nel nuovo millennio, costruendo nuovi principi in tempi strettissimi ed in maniera brusca.
L’undici settembre e tutti gli altri undici successivi, la guerra in Afghanistan, quella in Iraq, la tensione perenne in tutto il medio oriente, tale da sembrarci normale all’apertura di ogni telegiornale, la crisi petrolifera, la globalizzazione, la grande pressione economica dei paesi asiatici in grande sviluppo, non permetteva più la misurazione del tempo negli schemi del millennio scorso e, più in particolare del secolo scorso, il più veloce di sempre.
Le menti umane non hanno fatto gli stessi progressi degli sviluppi globali ed hanno reagito spesso non comprendendo l’ineluttabilità del processo di rinnovamento in atto. Certo segnali evidenti di cambiamento c’erano stati nell’ultimo ventennio del novecento, ma ancora certe strutture culturali che derivavano dalla vecchia cultura erano ancora ben vive e ben fissate nella memoria collettiva, come se, certi passaggi dovessero essere veri per sempre.
Al contrario in cinque anni poco di quanto era stato espresso precedentemente era rimasto in piedi.
Problematica era ed è l’assenza di proposizione di nuovi bacini di idee, che magari, mentre scrivo, vengono già discusse ed analizzate, ma che non hanno la possibilità di essere veicolate e ben sfruttate.
Anche l’ambiente Goliardico, come ogni altro ambiente intellettuale, apparentemente ne subiva l’influsso. Personalmente lo stavo somatizzando, pensando che dipendesse dalla mia attività. Al contrario i ragazzi avvertivano il problema e si preoccupavano, a loro modo, di risolverlo.
Durante tutta l’estate provarono a pensare ad un alleggerimento di certe regole che provenivano dal passato remoto ed io ad una formula ancora più dialogante con i soggetti ultimi per la realizzazione del lavoro.
I giorni successivi li trascorremmo tranquillamente in piscina di giorno e dal pomeriggio come se fossimo a Follonica. Passeggiata per l’Avana Vieja, daiquiri alla Floridita o al bar a fianco, dove non ci va mai nessuno. Poi cena in svariati ristoranti sempre con gruppo musicale che faceva il repertorio di canzoni tradizionali cubane: ho collezionato diversi CD in quel viaggio.
Poi si passava ai locali notturni dove, devo dire la verità, non ci sono difficoltà d’incontro per noi Italiani.
Nel tran tran quotidiano va messo in conto un qualche virus terribile.
La terza serata venni colto da quello che in gergo si definisce morbo di Montezuma. Immediatamente dopo cena cominciai ad avvertire dei forti dolori addominali.
Ricordo ancora nitidamente la difficoltà motoria per giungere dalla reception dell’albergo al bungalow che ci era stato assegnato. Il mio compagno gentilmente mi seguì nonostante gli dicessi di andare a divertirsi.
Eravamo in vacanza e non volevo rappresentare una palla al piede.
Tuttavia me la fece pagare quella serata.
Avevamo un piccolo appartamento con due camere, un soggiorno ed un solo bagno.
Appena entrati si proiettò in bagno mentre venivo piegato dai dolori. Lo pregai di lasciarmi il water libero, ma, ridendo, disse che ci avrebbe messo poco visto che doveva espletare soltanto una funzione liquida. Allora lo offesi e, per evitare una tragedia di dimensioni apocalittiche, mi proiettai nella vasca da bagno, dove, madido e grondante di sudore, mi accasciai.
Dalla mia bocca non usciva verbo, solo qualche lamento di tanto in tanto. La mia vista divenne a poco a poco sempre meno limpida.
Stavo male.
Il mio compagno venne colto da convulsioni di riso.
Non contento, uscì dal bagno e tornò spedito con la telecamera, immortalando così quel mio momento di orrida impotenza.
Chiaro che la cosa peggiore fu lavare il misfatto e, nella debolezza del momento, non riuscii ad impedire che lui girasse quel film.
Alla fine me ne andai a letto col terrore che mi riprendessero attacchi simili.
Il mio compagno mi fece prendere del bimixin e dell’enterogermina che si era portato dall’Italia e la speranza di guarigione rapida aumentò notevolmente.
Quel video che aveva girato è, poi, diventato un suo cavallo di battaglia alle cene fra amici dove lo dimostra ogni volta, commentandolo sempre con gusto.
Prima o poi dovrò sequestrarglielo altrimenti rimarrò alla sua mercè per tutta la vita.
La mattina successiva ero inquietato dall’incertezza di aver pulito sufficientemente bene il bagno: erano in arrivo le donne di servizio che facevano ogni giorno le pulizie. Così, immerso nella vergogna individuale, seguii il loro lavoro. Quando finirono e mi rassicurai della mia performance da perfetto nettatore, lasciai loro una mancia, che scoprii dopo essere pari a due mesi del loro stipendio.
Me le feci amiche per la pelle per cui quando venivano al mattino mi riempivano di sorrisi e mi facevano anche delle finte scenate di gelosia per le mie eventuali avventure notturne.
Oggettivamente non erano belle ma gratificanti.
Quando arrivammo alla fine della nostra permanenza regalai loro tutto il contenuto del mio necessaire e i miei romanzi, che pur essendo in italiano, le resero felici.
Probabilmente avrebbero trovato da rivenderli o, quanto meno da scambiarli a loro vantaggio.
Non mi parve di fare un’elemosina.
Ebbi la sensazione di aver in qualche modo aiutato delle persone meno fortunate di me, senza recare loro alcuna offesa.
Tra il momento di elaborazione del copione e l’inizio delle prove provai l’esigenza di ripartire per un viaggio. Uno dei miei tradizionali compagni di viaggio aveva preso il vizio, in questo lasso di tempo, cioè dal viaggio australiano in poi, di andare a Cuba.
Per un fatto di compagnia accettai di tornare presso quella località amena.
Fu piacevole pensare a quel viaggio come una vacanza ordinaria al mare: scelse lo stesso albergo di sempre e telefonò agli amici che ormai si era fatto sul posto, per organizzare tutto al massimo.
Devo confessare che ero un po’ scettico, per mio conto, sul divertimento di quel momento, ma non avevo alternative, visto che mi era rimasto solo lui come compagno affidabile di viaggio.
Infatti nel lasso intermedio tutti gli altri si erano sposati ed erano diventati bravi mariti e padri di famiglia.
La mia condizione di single e la mia attività artistica accanto agli studenti rendeva la mia vita diversa da quella degli altri miei coetanei ed ora più che mai avvertivo anche una certa distanza da loro.
All’arrivo all’Avana già l’aeroporto era diverso.
Nel 1995 ero atterrato in una struttura apparentemente militare, mentre nel 2001 la struttura era moderna, civile e turistica.
Cominciai a pensare che la visione che mi portavo dietro dell’isola fosse da rivedere.
Per strada le macchine americane degli anni cinquanta erano decisamente diminuite e, allo stesso modo, anche quelle sovietiche degli anni settanta. Al loro posto si intravedevano macchine moderne giapponesi e qualche berlina medio alta europea. Evidentemente il turismo di quegli anni aveva portato notevoli miglioramenti all’economia nazionale.
Arrivati all’albergo, che ricordavo moderno a metà degli anni novanta, mi ritrovai di fronte una struttura che già mostrava uno stato di deterioramento avanzato, complice l’attività erosiva del mare, sicuramente.
Poi il fatto di esservi in febbraio e di trovarsi con una temperatura diversa, erano circa 25-26 gradi, mi dava l’idea di stare in un posto vagamente familiare ma affatto uguale all’immagine che ti sei portato dietro per anni.
Appena arrivati, comunque ci gettammo nelle piscine, deserte. Ebbi la sensazione di trovarmi in un luogo esclusivo, con una situazione atmosferica piacevolissima. Mi trovai nelle condizioni ideali per rilassarmi per davvero. Mi ero portato dietro un paio di best sellers che divorai immediatamente nelle giornate in piscina alternando la lettura con qualche bagno e qualche mohito.
Nei pomeriggi ci vestivamo ed andavamo in centro.
La seconda sera incontrammo Julio, un amico del mio compagno. Julio è un ex ingegnere sulla sessantina, che, in seguito alla dipartita dell’assistenza sovietica e all’embargo che aveva gravato sull’economia dell’isola, si era trovato costretto ad esercitare negli anni novanta il mestiere del taxista privato. Il mio compagno lo aveva conosciuto così in quegli anni.
Lo invitammo a cena e durante quella serata ci raccontò la sua vita. Da giovane aveva partecipato alla rivoluzione castrista credendo attivamente al miglioramento sociale. Anzi, addirittura, aveva partecipato all’organizzazione manageriale dell’economia cubana, come dirigente. Ci raccontò di una sua partecipazione dell’unico viaggio all’estero della sua vita, una missione commerciale in Francia. Ricordò l’evoluzione non positiva degli ideali rivoluzionari e stigmatizzò certe disparità sociali che si erano evidenziate, mettendo in evidenza il diverso trattamento delle persone a seconda del colore della pelle, cosa che ci parve incredibile a Cuba. Ci parlò delle difficoltà economiche che aveva dovuto affrontare per mantenere la famiglia e dell’esigenza di dover svolgere lavori diversi per racimolare nuove sostanze. Naturalmente seguiva le informazioni sulle quotazioni del turismo, unica attività economica importante, come da noi viene seguita l’attività borsistica. Ci raccontò delle ultime problematiche della sua attività inerenti alla patente a punti, per la quale temeva, vista la rigidità della polizia. La patente gli aveva consentito di vivere in maniera decente fino ad allora, quindi la considerava fondamentale. Considerava importante anche l’azione, a suo parere, negativa degli ordini di Fidel che proprio in quegli anni tentava di riorganizzare quel timido tentativo di impresa individuale in un legale e, naturalmente, statalizzato servizio di taxi. Lo stesso era avvenuto per quanto riguardava le case private che offrivano forme di ristorazione privata: Fidel le aveva inquadrate tutte redditualmente, in maniera tale che consumarvi un pasto costava di più che andare al ristorante.
Nel frattempo continuava incessante la lavorazione dell’Operetta nuova.
Logico per me dover pensare che sarebbe stato estremamente delicato il ripetersi. Inoltre sapevo che fra i fattori determinanti del successo dell’anno precedente vi era l’entusiasmo del cambiamento epocale che, sicuramente, non avrei avuto in questa nuova impresa.
Vi erano già forti cambiamenti in atto.
Intanto il punto di ritrovo dei Goliardi, dagli anni cinquanta in poi, il bar Nannini Conca d’Oro, venne chiuso per lavori di ristrutturazione e questo fatto limitò molto l’azione del Principe, che si era ritrovato orfano di quello che era stato ed è, ad oggi, luogo naturale dal quale nascono le varie attività degli studenti.
Si trovò quindi nella condizione di non poter utilizzare gli spazi tradizionali per gli scherzi, le bevute e, soprattutto, la comunicazione delle manifestazioni.
Ricordo che quando venne smantellato il vecchio arredo, volli prendere una borchia del banco bar come ricordo di tante giornate passate all’insegna del divertimento al suo interno.
Soggettivamente provai una certa malinconia, ma i tempi cambiavano ed anche il bar si doveva aggiornare.
Con la chiusura, un tratto della strada principale divenne improvvisamente buio e cupo, vista la scarsa illuminazione che vi è quando le vetrine si spengono e la malinconia divenne collettiva.
Questo fatto non deve apparire un fatto di scarsa importanza.
Questo bar non ha rappresentato esclusivamente il locale di ritrovo dei Goliardi, ma anche il luogo ove si svolgeva la socializzazione pubblica, dove, a partire dal gruppo degli studenti universitari, si radunava la borghesia, si organizzava il potere, sia civico che bancario e, perché no, dove avevano luogo appuntamenti clandestini e nascevano i pettegolezzi.
I baristi conoscevano le abitudini della gente e accontentavano i gusti di ognuno scambiando con tutti una battuta ed un sorriso.
Le cassiere e le commesse erano state, negli anni, oggetto di familiarità e, talvolta, di desiderio. Sempre, comunque, donne e uomini di estrema simpatia avevano gestito il locale.
Quando il bar venne a mancare per mesi, tutto questo venne a cedere improvvisamente e la gente, i “clienti”, dovettero cercare altre “case” che li ospitassero.
Vista l’assenza, in pieno centro, di un esercizio pubblico alternativo, altrettanto attraente, ebbe successo una forma di concorrenza laterale: vari locali provarono ad attrarre quella clientela ed il gruppo sociale che frequentava il Conca d’Oro si disperse portandosi dietro le regole di socializzazione precedenti.
Si pensava tutti quanti di trovarci nella condizione di andare ad abitare un po’ tutti in affitto, per un breve periodo, in attesa della ristrutturazione della casa comune di proprietà.
Quando poi ritrovammo il locale nuovo, non piacque e, nonostante la volontà di riappropriazione, nessuno trovò più l’ubicazione giusta per le proprie esigenze e si creò un vuoto ancora oggi incolmato.
Il locale nuovo fu anche foriero di un aumento dei prezzi potente, prodromo di ciò che sarebbe avvenuto con la trasformazione monetaria. Anche questo fatto andò ad incidere in maniera del tutto negativa nella clientela abituale che pensò di essere trascurata dalla proprietà a favore del turismo.
La vita del centro risultò così variata senza possibilità di ritorno e nuove abitudini presero campo.
L’organizzazione di questa festa fu, per me, un’esperienza gigantesca per l’approccio ai grandi numeri. Non capita tutti i giorni di poter organizzare eventi di questa portata. Avevo avuto l’onore e la possibilità di applicare le mie conoscenze teatrali ad un contesto diverso.
Mai mi sarei immaginato che, nel corso di un anno, avrei potuto realizzare tanto e con tanta soddisfazione. Naturalmente, nonostante l’orgoglio individuale, non volevo perdere di vista la vita normale. Non era neppure semplice, visto che, a causa della super esposizione individuale, ero al centro dell’attenzione pubblica.
C’è un’usanza a Siena. Per i matrimoni fra Contradaioli si usa, accompagnare ai testimoni di nozze, un paggio in montura come testimonianza della presenza della Contrada di appartenenza in questo istituto. In genere ci vanno gli adolescenti, che, oggettivamente, fanno una bella figura. Da adolescente mi ci facevo mandare sempre, un po’ per fare delle belle mangiate, un po’ per il gusto di indossare la montura della mia Contrada ed un po’ per le mance che gli sposi gentilmente mi davano che servivano a rincorpare la paghetta settimanale.
Sin dall’organizzazione del corteo, molte coppie di amici avevano preso a richiamarmi come paggio e dovevo accettare, nonostante dicessi loro che ero troppo vecchio e che le foto sarebbero venute male. Piano, piano divenne una moda e non passava fine settimana che non fossi costretto a far da paggio ad un matrimonio.
Alla fine dell’estate stavo diventando grasso pallato.
Immediatamente dopo alla festa, un po’ imbolsito da tutti questi convivi, venni cooptato allo studio della nuova Operetta che sarebbe andata in scena nel maggio successivo.
Non avevo più requiem. Non passava sera che, finito il mio lavoro quotidiano, non dovessi partecipare a qualche riunione con gli autori o con il nuovo Principe.
Praticamente ero diventato schiavo del mio nuovo status artistico.
Certamente quel tipo di lavoro mi piace ed in quel momento mi esaltava abbastanza, ma veramente non avevo più una vita mia. Cominciavo a pensare che non avrei avuto più alcuna frequentazione femminile.
Prima di Natale un sarto mi coinvolse addirittura in una sfilata di moda. Accettai anche quello. Fu divertente andare a provare gli abiti che avrei indossato e, quando mi trovai a sfilare assieme ad un ragazzo dal fisico asciutto, provai un certo imbarazzo. Mi tornò in mente Nazzari in quel film dove recita la parte dell’indossatore in età ormai avanzata ed è costretto ad accettare gli abiti per uomini maturi. Alla prima uscita poi trovai ad aspettarmi in prima fila il direttore della TV con la quale collaboro che se la rideva. Assieme a lui un gruppo di amici Goliardi che, giustamente, mi prendevano in giro. Tutto sommato fu una serata estremamente divertente che amo ricordare tra le cose buffe della vita.
Sempre nello stesso periodo, un giornale cittadino, aveva indetto un concorso per eleggere i Senesi dell’anno. Lo scopo era quello di fare un calendario con le immagini dei vincitori. Sei mesi al femminile e sei mesi al maschile. Mi trovai votato anche lì e mi toccò il mese di dicembre.
Naturalmente vestito, visto il mio fisico non esattamente filiforme.
Per concludere l’annata, inoltre, il Comitato Goliardico per i festeggiamenti dell’anno 2000, aveva organizzato un’Operetta riassuntiva degli ultimi cinquanta anni.
Carlo si era preso l’onere di dirigerla.
Si trattava di assemblare dei quadri di Operette con un filo logico suddiviso per argomenti, fatti storici, cambiamenti di costumi. Non fu una cosa semplice, visto che doveva accontentare così tante generazioni. Tuttavia l’operazione gli riuscì e gran parte delle scene vennero messe in scena dagli stessi attori che l’avevano recitate in origine. Solo in pochi casi di eccesso di vecchiaia o perché i fatti della vita erano d’impedimento, gli attori cambiarono. In ogni caso tutti recitarono al mille per mille producendo tre serate di pieno e di gran divertimento. C’erano praticamente tutte le componenti per apprezzare lo spettacolo: erano state ovviate mediante un impianto scenografico neutro tutte le scenette che, altrimenti, avrebbero dovuto essere sorrette da impianti propri. I costumi vennero autofinanziati e risultarono bellissimi. L’orchestra era la stessa dell’Operetta tradizionale e quindi suonò in maniera impeccabile. Dell’illuminotecnica me ne occupai direttamente io con ottimi risultati. Era buffo perché Carlo apriva lo spettacolo recitando un difficilissimo monologo tratto dall’Operetta del 1945, quindi dava gli ordini ai macchinisti con l’abito di scena ed io, nel secondo atto, seguivo la regia luci vestito da giapponese, vista la parte che dovevo recitare e che avevo fatto quindici anni prima. Pensavo che mi facesse effetto ricercare emozioni del passato. Invece recitai con professionalità e le sensazioni furono positive e completamente diverse.
Ne uscì fuori una passeggiata nella nostra Cultura Goliardica e ne traemmo grande divertimento, come se tutti assieme avessimo tirato le somme di tanti sforzi produttivi che, quando sei giovane, hai il terrore di aver perduto ed invece sono sempre là, a testimoniare l’esistenza di un transfert culturale attraverso le generazioni.