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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 10:40
giovedì, 16 marzo 2006

La casa, al suo interno, era abbastanza normale alla fine. All’esterno invece cambiava radicalmente.

Vi era un patio con una piscina a forma di cuore antistante. La cosa che mi stupì, ma che, evidentemente era una necessità in una casa di lusso di quella regione, fu un sistema di refrigerazione esterno con soffi di aria gelata che venivano spruzzati tipo nebbia in tutto il perimetro del patio.

 

 

Mi venne chiesto di togliere la giacca e di mettermi a mio agio, ma scioccamente rifiutai.

Invece chiesi se fosse stato possibile acquistare del vino.

Fui immediatamente accontentato. Lasciai il mio amico in casa con i parenti e me ne andai con il tipo che mi avevano presentato durante il cocktail del mattino.

Mi caricò su di un enorme fuori strada, nero ed accessoriatissimo, nella parte posteriore vi era un televisore appeso al soffitto con un videoregistratore sottostante. Oggi non fa effetto, visto che impianti di questo genere vengono proposti anche nelle macchine di serie, ma vi posso garantire allora mi lasciò abbastanza stupito.

 

 

Mi accompagnò presso un’enoteca dove vi era un party a porte chiuse. Essendo però lui un ottimo cliente, ci fecero entrare. Mentre il party continuava, l’inserviente tentò di vendermi un Chianti della mia provincia. Gli feci capire che ero italiano e, per l’appunto, proprio di Siena.

Si scusò.

Chiesi allora un consiglio per l’acquisto e detti anche delle indicazioni utili per la scelta.

Uno doveva essere di una grossa azienda ed il vertice della produzione, uno doveva essere un vino famoso nella grande distribuzione e l’ultimo di una piccolissima azienda che però proponesse grandi prodotti.

 

 

L’inserviente ci portò una quindicina di vini. Gli occhi del mio accompagnatore s’illuminarono e li volle assaggiare tutti.

Già eravamo abbastanza brilli dal pranzo, a quel punto stavamo per rompere ogni freno inibitorio.

Decisi di acquistare in fretta i miei vini per evitare di fare brutte figure.

Devo dire che fu una buona scelta che mi consentì di fami un’idea dei vini californiani, tra l’altro sia provenienti dalla zona di Napa Valley, sia dalla zona di Sonoma Valley.

 

 

Prima di tornare, però volle farmi visitare il suo ristorante preferito.

Era allestito come una specie di trattoria italiana. Tavoli quadrati da quattro posti, sedie impagliate, tovaglie a quadri bianche e rosse, foto di panorami marini italiani attaccate alle pareti.

Mi presentò il gestore. Anche lui si chiamava Antonio ed era siciliano.

Con lui parlai in italiano direttamente. Mi confessò che a questo, indicando il mio compare: “ glielomettoindoculotuttiggiorni!” perché tutti i giorni andava a mangiare nello stesso posto, allo stesso tavolo, con tutta quanta la famiglia e gli faceva spendere cento dollari a persona.

Poi mi spiegò che faceva venire il pesce fresco dalla California, ma io penso più dal Messico, con l’aereo e che i suoi avventori rimanevano sempre molto impressionati di poter mangiare pesce in una città fondata in una zona così arida.

Mentre lui pensava di derubarli, a me venne in mente che, tutto sommato, gli prestava soltanto un servizio, con un grosso margine di guadagno, è vero, ma soltanto un servizio.

 

 

Riuscimmo ad accomiatarci da Antonio e tornammo alla casa degli sposi.

Il mio compagno di viaggio era abbastanza in difficoltà, perché essendo timido e scarsamente dotato del vocabolario inglese, aveva dovuto sostenere diverse discussioni con uomini e donne che lo avevano avvicinato, non ultima la sposa, con la quale si era intrattenuto in una lunghissima chiacchierata. Quando mi vide mi maledisse per un po’, poi tutto tornò alla normalità. Venni criticato per l’acquisto dei vini e dell’orologio. Poi decisero di rilasciarci.

Prima però uno zio volle regalarmi una cravatta con dei bicchieri mezzi pieni che poi ho regalato, a mia volta, a mio padre che la indossa fieramente.

Dovevo aver fatto una buona impressione di gran bevitore a quella gente!

 

 

   

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postato da lucavirgili alle ore 11:39
martedì, 14 marzo 2006

 

Durante il cocktail venimmo presentati a gran parte degli invitati.

Il fatto era che, per quanto fossimo esperti, non riuscivamo a far durare il calice di champagne troppo a lungo, di conseguenza ci veniva riempito con solerzia dai camerieri ben istigati dai parenti.

Devo però aggiungere che eravamo addirittura molto soffici rispetto al regime degli altri maschietti: vodka e whisky venivano serviti a gran profusione sia secchi che miscelati con varie sostanze.

Sta di fatto che non ero più abituato a bere, quindi ero particolarmente sofferente anche di fronte allo champagne.

 

 

Ci venne presentato l’arcivescovo che ci rincuorò immediatamente visto lo stato di ebbrezza che lo stava dominando.

Ci venne presentato anche un tipo super ricco sulla cinquantina, col capello impomatato, moglie giovanissima ed una mezza squadra di calcio di bambini.

 

 

Riuscii a familiarizzare con lui.

Misericordiosamente giunse il momento del pranzo.

Ci venne assegnato un tavolo di amici che parlavano tutti italiano. Vi era un italo canadese, mercante di stoffe a livello nazionale, un inventore di ristoranti, cioè uno che veniva pagato per inventare ex novo il locale, accompagnato dalla moglie, originaria di Verona, due industriali della carta italo americani. E noi!

Ci sedemmo e tutti ci chiesero dell’Italia quasi in contemporanea.

Vi era stata la guerra per il Kossovo e l’argomento di discussione fu per un po’ quello, dove riuscii a tenere banco per un po’, accusando di mollezza sia la politica europea dei tempi precedenti sia quella degli Stati Uniti che non era stata sufficientemente incisiva al posto di quella europea.

Poi mi chiesero di Berlusconi.

In quel momento non riuscivo a vederlo affatto vincente.

Invece loro mi dicevano che avrebbe fatto strada: era apprezzato da una buona parte degli americani.

Forse molto più che in Italia.

Mi resi conto della loro americanità quando arrivammo a parlare della gestione globale ed uno di loro mi disse che erano riusciti ad allacciare commercialmente tutto quanto il mondo.

Mi venne in mente l’impero romano.

 

 

Poi parlammo di abiti e l’italo canadese volle spiegarmi la bontà delle stoffe di Zegna.

Mentre parlavamo il pranzo veniva servito. Rimasi colpito dal cameriere che passò dal nostro tavolo chiedendo se fossimo allergici a qualche pietanza. Solamente oggi si sente questa richiesta in Italia. Le pietanze erano completamente italiane: antipasti toscani, lasagne, brasati, arrosto. Il vino era un Chianti Classico, mi pare Tenuta di Lilliano.

Mi pareva di essere a casa, anche se poi la qualità non era eccezionale. Va bè, mi pareva di essere a casa in un ristorante di bassa categoria.

 

 

Nel contempo venivano fatti dei discorsi dagli sposi, dai parenti, dall’arcivescovo, a cui dovettero togliere a forza il microfono di mano.

Non saprei dire se fosse stato lui, ma alcuni anni dopo il vescovo di Phoenix venne incriminato per pedofilia. Personalmente volli pensare che fosse lui e che fosse stato un reato strumentalizzato, giusto per togliere un alcoolizzato dal potere.

 

 

Durante il taglio della torta, gli sposi al microfono, vollero ringraziare tutti gli invitati, i familiari, l’arcivescovo, che rispose con un cenno ondeggiando qua e là. Ma soprattutto vollero ringraziare Romolo e Luca ceh erano venuti dalla “bella Italia”. Ne seguì una standing ovation di cinque minuti dove riuscimmo ad avere colorazioni del volto che andavano dal rosso scarlatto fino all’indaco.

Non mi ero mai vergognato così tanto.

 

 

Meno male subito dopo partì l’orchestra che era pronta già da un’ora.          
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postato da lucavirgili alle ore 11:51
lunedì, 13 marzo 2006

Partì all’improvviso la marcia nuziale.

Dall’accesso laterale fecero ingresso le damigelle, belle in carne, tutte infagottate in abiti color prugna. A quel punto dovevo stare attento a non farmi prendere da alcuna crisi.

Tracy entrò sorridente accompagnata dal padre e la sua apparizione riuscì a farmi cessare le convulsioni.

E’ una donna piccolina, ma dai lineamenti carini ed un sorriso smarcante. Il vestito da sposa, condito da una visibile felicità, le donava quello sprint in più che la rendeva abbagliante rispetto a tutte le altre.

 

 

Una volta arrivati all’altare, il rito era cattolico, venne presentato il sacerdote. Non si trattava di uno qualsiasi, ma bensì del vescovo di Phoenix.

Capii, in quel momento, di trovarmi ad un matrimonio importante.

Mentre la funzione andava avanti, ricominciai a guardarmi intorno. Chi erano quelli che ci circondavano? Ora che li mettevo a fuoco meglio, iniziavo a notare degli orologi importanti a i polsi degli uomini, dei preziosi giganti infilati agli anulari delle signore, girocolli ed orecchini che brilloccavano a gò gò.

 

 

Eravamo due poveracci alla corte dei potenti?

 

 

Al yes degli sposi, seguì l’applauso di rito. Il vescovo portò a termine la messa e ci spedì fuori dalla chiesa.

Nonostante avessi visto milioni di matrimoni a Beautiful, quello mi era parso estremamente divertente.

 

 

Ma le sorprese non erano terminate.

All’esterno vi erano gli invitati assembrati come tradizione vuole. Ma al posto del riso veniva consegnato un cerchietto per fare le bolle di sapone con l’apposito contenitore.

Quando gli sposi uscirono vennero sommersi dal sapone e, siccome il pavimento esterno era liscio, divenne automaticamente scivoloso.

Dovetti sorreggere numerose signore che, agitandosi con i tacchi, nell’eccitazione del momento, perdevano l’equilibrio.

 

 

Alla fine tutto tornò alla normalità, con gli abbracci ed i baci dei parenti e degli amici.

Il mio amico ed io eravamo rimasti un po’ in disparte, visto che non conoscevamo nessuno, tranne gli zii. Così venimmo presentati a delle gentili signore, che si fecero in quattro per accompagnarci presso l’albergo dove si sarebbe svolto il ricevimento.

Fummo assegnati ad una signora, apparentemente sulla sessantina, che ci caricò su di una super Mercedes color oro.

 

 

Giungemmo all’Hyatt hotel.

Conoscevo dai tempi di Giakarta quella catena di alberghi. Ne avevo avuto modo di apprezzarne la lussuosa accoglienza. Quando ci accompagnarono nel giardino dove si sarebbe consumato l’aperitivo rimasi completamente stupito.

In quella zona desertica i progettisti avevano consumato il misfatto più grande: avevano scavato una laguna con ponti ispirati a quelli di Venezia. Al di sotto vi era anche un servizio gondole, con tanto di gondoliere annesso! Questa volta non ce la feci a non ridere, mentre la signora che ci aveva accompagnato elogiava enormemente sia l’albergo che la “splendida e romantica laguna”.

 

     

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postato da lucavirgili alle ore 12:14
venerdì, 10 marzo 2006

 

Il giorno successivo, in attesa del matrimonio, lo trascorremmo a Phoenix.

La città non è affascinante: è abbastanza bassa per essere una città americana. Vi sono pochi grattacieli nel centro degli affari e basta.

Sarà che il fatto di provenire da New York poteva essere inficiante nel giudizio di ogni altra, ma ci fece questa sensazione.

Nonostante i racconti dei genitori di Tracy relativi ai problemi d’integrazione razziale tra Messicani, afro americani e bianchi, andando in giro non avemmo modo di accorgerci di niente.

Entrammo in una grossa mall dove praticamente ci passammo una buona fetta del mattino e del primo pomeriggio. Vi erano merci pregiate di ogni marca immaginabile, americana, europea o orientale. A causa dei profumi emanati, mi pareva di essere alle gallerie Lafayette a Parigi, piuttosto negli Stati Uniti, a Phoenix. Ragazze e signore generalmente bionde e piuttosto carine si aggiravano con le borse piene di merci di vario genere.

 

 

Qui fui colto da un raptus insostenibile: dovevo anche io comprare qualcosa.

Ruppi il diaframma della mia volontà refrattaria e comprai un costume da bagno e, in rapida successione, due orologi che avrei potuto tranquillamente comprare in Italia. Fui fermato in tempo dal mio amico mentre stavo comprando un vestito di Armani ad un prezzo folle.

Ritrovai il mio anticonsumismo consueto.

Devo dire che uno degli orologi lo indosso ancora oggi e le poche volte che vado al mare porto anche i bragoni allora comprati.

 

 

Li provai immediatamente in piscina.

La sera cenammo da soli in una pizzeria poco distante dall’albergo dove alloggiavamo:   ci facemmo attrarre dalle insegne con bandiere italiane che il fabbricato aveva sul fronte ingresso.

Qui mangiammo alla meno peggio e facemmo amicizia con la cameriera, che era carina e chiacchierava volentieri. Se fossimo stati in Italia avrebbe potuto far venire anche qualche idea, ma lì era ovvio che lo faceva per procurarsi la mancia, che è la paga del cameriere. In ogni caso ci mandò a letto con un certo sorriso: le donne hanno un potere incredibile su noi maschietti.

 

 

Arrivò il mattino del matrimonio.

Ci vestimmo in pompa magna e tirammo fuori il regalo che ci eravamo trasportati faticosamente dall’Italia: un album in pelle decorata per le foto.

Aspettammo che gli zii ci venissero a prendere e partimmo per la chiesa.

La chiesa era in cemento armato. Mi faceva venire in mente quella che si vede dall’autostrada dalle parti di Prato.

In maniera molto compita ci avvicinammo all’ingresso e timidamente entrammo.

Le sedute erano disposte come in un teatro greco: discendenti verso il basso. In fondo vi era l’altare. L’organo era posto posteriormente.

Scegliemmo di sederci in alto, sospettando che in basso vi andassero i parenti. Cominciai  a guardarmi intorno per capire chi vi fosse.

Rimasi colpito inizialmente dai seni giganteschi delle signore presenti. Le cose erano due: o qui mangiavano qualcosa di particolare che faceva venire a tutte seni a due atmosfere o erano passate tutte quante dal chirurgo estetico. La seconda risposta fu quella maggiormente plausibile.

Poi cominciai a mettere a fuoco gli uomini. Non avevano nessuna particolarità che li contraddistinguesse dai nostri. Vi erano di tutte le forme, più magri o più grassi non lasciavano ad intendere nulla di particolare.

Solo i compari dello sposo mi fecero una certa impressione.

 

 

Lo sposo ed i suoi genitori li avevamo conosciuti alla cena appena arrivati. Erano di origine italiana. Il ragazzo era non molto alto, moro, con il pizzetto. Si era sistemata bene Tracy: il giovanotto era un ingegnere già ben ingranato nel suo lavoro.

 

 

Lo inquadrai facilmente mentre parlottava con il padre, quando all’improvviso, si palesarono altri quattro sosia. Tutti vestiti uguali, abiti scuri, cravatta scura, tutti tarchiati, mori e con il pizzetto.

Mi venne un attacco di riso mentre mi agitavo e cercavo di indicarli al mio amico. Meno male mi tranquillizzò perché correvo il rischio di fare una figura meschina.
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postato da lucavirgili alle ore 10:51
mercoledì, 08 marzo 2006

Ricordo piacevolmente un pranzo consumato presso un ristorantino sotto al ponte di Brooklyn, con un sole splendido e un tradizionalissimo fish and chips, di memoria anglofila.

 

 

Rimanevamo attratti dal movimento continuo che ci circondava. New York è una città che si muove velocemente, dove si lavora praticamente ventiquattro ore su ventiquattro, per ogni genere di lavoro.

Nel pieno cuore della notte puoi trovare ristoranti aperti, clubs, supermercati, negozi di elettronica, fruttivendoli, alimentari di varia etnia, insomma di tutto e, forse, anche di più.

La cosa che mi faceva senso era rappresentata dal fumo che fuoriusciva dai tombini, mi dava la sensazione di stare in una città dominata dal drago di Merlino, che, evidentemente, riposava nel sottosuolo ed ogni tanto emanava il suo respiro dai tombini.

 

 

New York non offre soltanto mercati, ma anche arte.

Arte di ogni genere: in particolare l’arte moderna e contemporanea, di cui è di per se stessa immagine e teatro. Il Guggenheim Museum ed il Moma rappresentano le avanguardie intellettuali di tutto il mondo con mostre dedicate agli artisti più in del momento.

In quella occasione visitammo il Metropolitan Museum.

Al suo interno vi trovammo preziosi dipinti di ogni periodo storico, ma, quando incrociai le tavole del duecento senese, le cassapanche matrimoniali fiorentine di cui avevo visto solo le immagini sui libri di storia dell’arte, rimasi perplesso. Mi resi conto che nel nostro passato ci siamo venduti di tutto, magari anche per due soldi di cacio.

 

 

All’uscita del museo decidemmo di far colazione presso un ristorante all’aperto nel cuore del Central Park. Credo che vi abbiano girato mille film, è adiacente al laghetto con le barchette a remi in affitto. In ogni caso mentre attendevamo che si liberasse il nostro tavolo, decidemmo di bere due bicchieri di vino bianco. Ecco, ci costarono ben quattordici dollari!

 

 

Prima di lasciare la città, dovevamo assolutamente provare un pezzo di pizza  locale. Ad ogni angolo vi è un negozio di una qualche catena di pizzerie e ne eravamo assolutamente attratti. Dopo l’assaggio decidemmo che la pizza dovevamo mangiarla in Italia, assolutamente in Italia.

Al contrario fu deliziosa una bisteccona di manzo, la T-bone, che affettai in una specie di trattoria di bassissima levatura. A volte l’abito non fa il monaco.

 

 

A proposito di abiti, dovetti accompagnare il mio amico nel negozio ufficiale della Timberland dove volle acquistare un paio di scarpe, delle maglie ed una giacca impermeabile.

Era felice e lo feci volentieri.

 

 

Devo aggiungere che quando ripartimmo per raggiungere l’aeroporto di Newark, ebbi la sensazione di lasciare una città fantastica.

Mi sono ripromesso di tornarvi alla prima occasione.

 

 

Ci portarono con un pullmino nero con vetri oscurati che faceva molto A-Team. Quando lo vidi temetti che vi fosse Barracus alla guida.

Invece vi era un solerte driver che con estrema gentilezza ci aiutò con i bagagli.

Con un certo dispiacere, salimmo in aereo.

L’Arizona ci aspettava ed era il reale motivo del nostro viaggio, quindi cancellammo quei sentimenti e volgemmo la testa verso la nuova avventura.
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