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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 12:36
giovedì, 02 marzo 2006

Al mattino successivo, fatti velocemente i bagagli, raggiungemmo in macchina l’aeroporto.

Avevamo preso il cd di Nathalie Imbruglia, cantante di origine australiana e lo ascoltavamo in silenzio, per ciò che mi riguarda, con un certo sapore amaro in bocca.

Tutto sommato stava terminando un sogno che avevamo coltivato a lungo.

Al deposito dell’aeroporto riprendemmo il dipinto aborigeno e c’imbarcammo lasciando indietro quello splendido continente.

 

 

 

Il viaggio di ritorno non ebbe scossoni particolari, tranne che un aereo davanti al nostro, durante la coda d’atterraggio a Singapore, commise un errore e fummo costretti a rifare la manovra. Niente di rischioso comunque.

Arrivammo in Italia il giorno successivo.

 

 

 

A Firenze vennero a prendermi una coppia di studenti universitari, che mi chiesero, nel tragitto fino a Siena, di andare a dare un’occhiata alla stesura del copione dell’Operetta. Fu buffo perché gli altri avevano le rispettive fidanzate ad accoglierli ed io due bei maschioni.

Bella figura!

Non c’era da scomporsi più di tanto, visto che per tutta la vita non ho avuto nessuno ad attendermi che non fossero i miei genitori.

 

 

 

Non sapevo niente delle loro idee per quanto riguardava quel testo. Del resto stavo lavorando alle prove della commedia del Liceo quindi ero particolarmente scusato.

Dissi loro che avrei dovuto dare il privilegio al lavoro primario ma che li avrei aiutati volentieri. Nutrivo una certa spinta intellettuale verso la scrittura di un copione operettistico: era una cosa che non facevo da un bel po’ e mi fece piacere riavvicinarmici.

 

 

 

Per alcuni giorni successivi ebbi da lamentarmi del jet lag che mi faceva venire un sonno bestiale alle ore più impensate. Poi, lentamente, riuscii ad uscire da quella situazione e ripresi il ritmo normale. Avevo un’abbronzatura invidiabile e mi pareva di essere molto figo.

Come sempre, però, non fu sufficiente a raccogliere alcun frutto. L’essere figo è uno stato mentale che purtroppo dura poco, se non lo sei veramente, quasi come l’abbronzatura.

 

 

 

Ero appena rientrato che mi giunse per posta un invito ad un matrimonio negli Stati Uniti. Si sarebbe svolto in maggio, la settimana successiva alle Feriae Matricularum, a Scottsdale, cittadina alle propaggino di Phoenix, in Arizona.

Era stato invitato anche un amico mio.

Il soggetto invitante era una ragazza che avevamo conosciuto all’Operetta molti anni prima. Era venuta a Siena per studiare italiano e noi l’avevamo assoldata per aiutarci nel trucco degli attori. Si era affezionata a noi a tal punto che ci aveva presentato ai suoi genitori che, si sono affezionati a loro volta a noi e, ormai da dieci anni a questa parte, vengono ogni estate a Siena.

Il mio amico mi chiamò e mi chiese che intenzioni avessi e, nonostante fossi tornato solo da pochi giorni, decisi che sarei ripartito volentieri.

Volevo che la fine del millennio fosse sancita al meglio delle mie possibilità.

 

 

 

Prima del viaggio avrei dovuto portare a termine tutto il lavoro che mi ero preposto.

Quindi, con entusiasmo mi accinsi a riavviare le prove della commedia e, in rapida ed immediata successione, alla scrittura del copione dell’Operetta.

 

 

 

 

 

 

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postato da lucavirgili alle ore 11:48
mercoledì, 01 marzo 2006

 

 

Durante quei giorni, essendo, ormai, alla fine del viaggio, cominciarono a venir meno le motivazioni esplorative.

Soprattutto il compagno che era rimasto afflitto dalla sbronza e dal conseguente effetto deletereo, volle tirare i remi in barca e volle cercare una forma di riposo.

Il viaggio di ritorno ci sembrava uno spettro non facilmente esorcizzabile. Oltre alla durezza fisica del volo, delle attese negli aeroporti per gli scali, vi era il rientro nella normalità, nel quotidiano, nel lavoro che diventava immagine sempre più nitida e angosciante.

Ci trovammo di fronte ad un bivio già percorso in altri viaggi quando ci era capitato di vedere in maniera diversa la vacanza.

Con l’altro compagno decidemmo di andare a vedere le Blue Mountains.

Quindi ci dividemmo.

Lasciammo l’altro da solo che se ne andò a Bondi beach a prendere il sole.

Il tutto in buon accordo, naturalmente.

Non fu bello, però, dividersi, per nessuno dei tre: erano troppe ormai le giornate trascorse assieme, per cui, anche di fronte ad una gran bella gita avvertimmo la sua mancanza.

Per lui, che trascorse la giornata da solo, questo concetto valse il doppio.

Al nostro ritorno, nel pomeriggio, come eravamo rimasti d’accordo, passammo a prenderlo e fu estremamente felice di rivederci. Gli era venuto meno anche il pensiero del riposo.

La sera decidemmo di fare un’ultima cosa tutti insieme prima di ripartire.

 

 

In albergo ci avevano detto che si potevano fare escursioni guidate sull’arco alto dell’Harbour Bridge, il ponte che, assieme all’Opera House, teatro bianco, a forma di vele gonfiate dal vento, costituisce l’immagine internazionale di Sidney. 

Eravamo piuttosto eccitati, dopo aver prenotato l’escursione, perché ci veniva descritta come un’esperienza piuttosto forte, rischiosa.

Al mattino successivo, andammo alle otto all’appuntamento sotto al ponte, dove apposite guide costituirono due gruppi di dieci persone ciascuno. Ci consegnarono delle tute grigie, dei cappelli ed un cinturone con un grosso gancio da alpinista. Ci fecero lezione di comportamento in ascesa e ci salì l’adrenalina: per come ci veniva descritta, stavamo effettivamente per fare un’ascensione particolarmente pericolosa.

Una volta saliti sull’arco, ci agganciarono ad un tondino di ferro che ne faceva il percorso fino all’apice. L’unica vera difficoltà stava nello sganciarsi e riagganciarsi, ogni qual volta si incontravano le colonnette a cui era collegato il tondino.

Ricordo che tutti poggiavano i piedi con un’attenzione millimetrica, nonostante i rischi fossero realmente minimizzati.

Quando arrivammo alla meta, ci rendemmo conto di aver raggiunto un’altezza di tutto riguardo. Il vento era abbastanza violento, quindi l’adrenalina trovò una propria logica. Le guide spiegarono la pericolosità del lavoro di costruzione di quell’arco e ci riportarono a terra.

Quando arrivammo eravamo felici e, direi, abbastanza entusiasti.

Avevamo fatto una cosa tutti insieme che aveva cancellato la discussione del giorno precedente.

 

 

L’ultima sera fu buffissima.

Durante il viaggio avevamo utilizzato un mini registratore per raccogliere i ricordi, invece fu utilizzato per le baggianate e frasi storiche. Per fare degli esempi, mi veniva messo in bagno, al mattino, per registrare la mia rasatura. Ho il vizio di ticchettare nervosamente con il rasoio sul bordo del lavandino, mentre studio dove applicarlo. Evidentemente li avevo angosciati con quel rumore e quello era il loro modo per farmelo notare.

Dopo cena ce ne andammo in una discoteca con il registratore.

Volevamo appuntare gli ultimi pensieri australiani.

Invece mi venne un lampo di genio improvviso. Cominciai a fermare le persone, spacciandomi per reporter.

A tutti chiedevo quali fossero le loro opinioni in relazione alle speranze portate dai futuri giochi olimpici ed alle difficoltà oggettive che ne sarebbero derivate nel vivere quotidianamente.

In tempo di mezz’ora avevo conosciuto tutti e tutti facevano a gara per dire qualcosa nel registratore.

Non sto a dire che, grazie a questo mezzo, ebbi modo di conoscere tutte le donne del locale, facendo così sformare i miei compagni di viaggio.

Il nastro che ne uscì tuttora viene conservato gelosamente.

 

 

Il registratore fu una specie di cavallo di troia che mi permise di conoscere la gente ed i loro pensieri.

Da allora, in viaggio, lo abbiamo sempre portato dietro, ritenendolo oggetto indispensabile quanto la macchina fotografica ed il video tape.
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postato da lucavirgili alle ore 11:59
martedì, 28 febbraio 2006

Nei giorni successivi decidemmo di darci da fare a vedere cosa offriva Sidney e dintorni.

Intanto per cominciare ci parve indispensabile vedere una delle spiagge più note al mondo: Bondi beach.

Mentre vi andavamo, avevamo cercato di farci un’idea di come sarebbe stata. Immaginavamo di trovarci di fronte alla ormai solita spiaggiona sconfinata con selvaggi surfisti pronti a cavalcare la Grande Onda.

Anche per le onde ci venivano in mente mezzi tsunami: eravamo forse un po’ deviati dalle immagini televisive.

Quando vi arrivammo fu una mezza delusione.

Intanto si tratta di una spiaggia cittadina, densissima ogni giorno ed ad ogni ora di australiani che là vanno per trascorrere le ore libere dal lavoro.

Assomiglia alle nostre spiagge perché vi sono tutti gli elementi riconoscibili tipici: il casottino per i pasti veloci, l’edicola, il negozio di articoli sportivi tipicamente marittimi.

La differenza sostanziale la fanno, come al solito, i guardia spiagge che hanno la solita mise colorata.

Qua la gente fa il bagno fino ad un certo punto, che è ben segnalato con una serie di boe a scalare, dove al loro confine ultimo son poste delle reti a difesa dall’invasione degli squali.    

 

 

In ogni caso ci andò bene ugualmente per le ore da trascorrere in libertà e per coltivare un’abbronzatura seria per il ritorno in Italia.

Nel pomeriggio tornavamo in albergo dove vi era una splendida palestra, molto ben attrezzata, dove ci eravamo mesi in testa di coltivare un po’ il nostro fisico, oggettivamente molto provato dalle mangiatacce a base di canguro, emu, coccodrilli, pesci vari, schifezze fritte etc.

Per rimediare allo sforzo fisico, ce ne andavamo alla ricerca di pubs nella zona dei Rocks, dove prendevamo aperitivi. Quindi annullavamo ogni effetto benefico raggiunto in palestra.

 

 

Qui, man di mano che andavamo in avanti nella conoscenza del posto, ci rendevamo conto che gli Italiani emigrati sono un numero molto serio. Su una popolazione di circa diciotto milioni di abitanti, circa cinque sono di Italiani. Si vede anche bene la loro presenza a  Sidney: se prendi un taxi spesso alla guida vi è un connazionale, se vai al ristorante spesso incontri pizzerie dai nomignoli che ricordano il Vesuvio ed i proprietari spesso, se non sempre, sono Italiani. L’acqua minerale che va per la maggiore è la San Pellegrino.

Tutto questo mi fece tornare a memoria quel film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale.

Di certo non vi trovai il circolo degli emigrati italiani, ma la sede di rappresentanza del Monte dei Paschi di Siena, mi riportò immediatamente a casa con la mente.

 

 

Discutemmo un po’ in relazione alle persone fortunate che là vivevano. Credo che sia stata l’unica volta che ho invidiato un dipendente bancario. In ogni caso concludemmo che noi vedevamo Sidney come una città meravigliosa a causa della vacanza che vi stavamo trascorrendo. Coloro che vi lavorano l’avrebbero dovuta vedere più semplicemente come un posto di lavoro ed i posti di lavoro sono sempre posti di lavoro.

E basta.

 

 

La scelta dei ristoranti fu sempre positiva, a mio parere.

Soprattutto una sera che facemmo un’incredibile serata degustazione, presso il ristorante di un albergo.

Devo dire che dovevamo sospettare qualcosa dall’assenza completa di clienti. Ci volemmo fidare ed andammo. Per cento dollari australiani, centomila delle vecchie lire, cinquanta euro di oggi a testa ci portarono quindici portate di pietanze tipiche australiane, con quindici vini diversi.

Immaginatevi cosa ne venne fuori.

Alla fine eravamo abbastanza ubriachi per dire e fare sciocchezze. Lasciammo ai camerieri centocinquanta dollari di mancia: erano totalmente impazziti. Chiedemmo loro dove saremmo dovuti andare per trascorrere il resto della serata e si offrirono per guidarci ovunque.

Meno male li congedammo.

Uscendo uno dei miei compagni di viaggio, preso da un raptus di finta ricchezza fece una scenata inutile ad un valletto dell’albergo perché non era stato estremamente veloce nella ricerca di un taxi.

Avremmo dovuto andare a letto, viste le condizioni, invece volemmo andare a vedere dei clubs che ci erano stati suggeriti dai camerieri.

All’interno di uno di questi, il polemico bevve una birra fredda ed ebbe un attacco diarroico.

Non riuscì ad entrare in tempo dentro al wc del locale e se la fece addosso.

Quando riuscì gli era passata la sbronza, era bianco cadaverico e, soprattutto era stato costretto a gettare le mutande.

Quando si dice che le vie del Signore sono infinite…
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postato da lucavirgili alle ore 12:19
lunedì, 27 febbraio 2006

Quando arrivai presso la posizione degli amici feci finta di niente e, poco dopo, ripartimmo per Brisbane dove avevamo l’aereo per Sidney, ultima tappa del viaggio.

 

 

Ormai Brisbane non aveva più segreti per noi, quindi ripetemmo il solito iter della prima visita.

Stesso ristorante, stesso casinò, una birreria prima del rientro in albergo.

 

 

Qui incontrammo dei nuovi personaggi: i tifosi del rugby.

Vi era, non saprei dire quale, una competizione internazionale e vi erano molti uomini di diverse etnie europee e non.

Li trovammo molto diversi dai tifosi del calcio. Innanzi tutto non erano affatto violenti, anzi erano fraternizzanti, molto socievoli e, soprattutto simpatici. Stavano tutti assieme e bevevano delle quantità industriali di birra.

Giudicai il rugby in maniera dal passato. Oggi mi piace anche vederlo, quando lo passano in tv.

 

 

Volammo a Sidney.

Avevamo delle aspettative per la città che non vennero tradite quando ci apparve.

Venne immediato pensare che eravamo di fronte ad un connubio splendido di vecchio e nuovo. Anzi nuovissimo.

Nello stesso tempo appariva città ponte sia con l’Europa, che con le nuove città asiatiche e, perché no, con gli Stati Uniti.

Grattacieli che sorgevano imperiosi da dentro ad edifici ottocenteschi, evidentemente non dimenticati nella moderna razionalizzazione per mantenere vivo il ricordo del passato.

Abitando a Siena, apprezzai moltissimo l’avvicinamento degli stili.

Mi parve un po’ come, visibilmente, è avvenuto, più e più volte, nella mia città, procedendo al contrario, dalla torre-casa torre gli edifici si erano dilatati versi la forma del palazzo nella successione dei vari secoli ed a seguito delle variegate esigenze abitative. 

 

 

All’interno della città vi era un trenino che viaggiava su di una  monorotaia. Questo aiutava a superare un traffico non esagerato a confronto di altre metropoli, segno di un’ottima progettazione urbanistica.

Mi colpì la pulizia della città ed il silenzio notturno.

 

 

Ci sistemammo in albergo, dove finalmente ritrovai un’efficace servizio di lavanderia, diventato di nuovo indispensabile.

Durante il pomeriggio, facemmo un’esplorazione del centro.

La città si stava preparando per accogliere le Olimpiadi ed i lavori premevano. Avendo vissuto l’esperienza di Italia 90, mi parvero molto meglio organizzati di quanto avessi visto da noi.

C’erano negozi di ogni firma internazionale, con le nostre maggiori aziende italiane ben presenti.

Questo mi rese fiero del nostro lavoro.

Facemmo sosta immediatamente e shopping in alcuni di essi dove dovetti acquistare, a causa del tempo di lavanderia, un paio di magliette ed un giacchetto estivo.

Comprammo anche cose strane tipo occhialetti da piscina, cuffie da bagno, orologi con marchi olimpici. Mi pareva una cosa stupida, invece, una volta tornati in Italia, i destinatari di quei regali risultarono entusiasti della scelta.

Le Olimpiadi rimangono sempre un evento enorme nell’immaginario collettivo.

 

 

Alla fine del pomeriggio, decidemmo di prendere un aperitivo e ci rendemmo conto che la gente frequentava per questa abitudine sia i pubs tipicamente di stampo anglosassone, sia i raffinati bar degli alberghi, dove si dava ritrovo l’upper class. Lo si notava bene dagli abiti, naturalmente.

 

 

Ce ne accorgemmo andando al bar del nostro albergo.

All’inizio eravamo soli.

Si vedeva che il barman ci aveva servito dei cocktails piuttosto velocemente, ma non si capiva il perché.

In men che non si dica ci ritrovammo immersi in una nuvola di signori, tutti finemente vestiti con professionali abiti scuri, che ci squadravano dall’alto al basso.

 

 

Noi eravamo dei turisti vestiti da barboni.

Facemmo finta di fregarcene, ma segretamente avremmo voluto essere anche noi eleganti come loro.
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postato da lucavirgili alle ore 10:30
giovedì, 23 febbraio 2006

Da Frazer Island ripartimmo e cominciammo l’esplorazione in macchina della Gold Cost.

Avevamo deciso di non prenotare alberghi e di adottare una forma di turismo randagio: ci saremmo fermati dove più ci sarebbe piaciuto. Eravamo comunque tranquilli, vista la propensione turistica dell’area che stavamo per visitare.

 

 

Durante questo viaggio automobilistico avemmo la sensazione che quel continente fosse realmente spaventoso per l’ampiezza, con una parte abitata lungo le coste e, subito al di là dell’abitato una quantità di territori, mi verrebbe da dire, da civilizzare.

 

 

Il mare poi è bellissimo.

La strada che andavamo percorrendo disegnava il profilo della costa. L’oceano vi sbatte con tutta la sua potenza poche decine di metri più sotto.

Vi sono chilometri e chilometri di spiagge, di rive scogliose assolutamente fantastiche dove solo gli uccelli là dimorano, liberi.

Il pomeriggio il sole va radere la linea dell’orizzonte, creando una serie  di riflessi fra la terra, rossastra ed il mare. E’ un territorio bellissimo.

 

 

La prima cittadina che incontrammo fu Surfers Paradise.

Mi parve una città stile Rimini, pronta a ricevere migliaia di turisti ed attrezzata per il divertimento. Naturalmente molto meno organizzata e meno estrema di Rimini.

Qui ci arrivammo di sera. Chiedendo in giro, trovammo un motel di tipico sapore americano che ci parve luogo eccezionale per regalarci un’idea ulteriore di avventura. Regolammo velocemente la questione economica con il gestore che viveva in un casottino dove vi era la TV accesa ed una teca con le chiavi degli appartamenti attaccata. La camera era una tripla con bagno. Fu allora che mi tornò in mente che erano australiani e non americani e, sicuramente, erano degli eroi nazionali.

 

 

La sera facemmo l’esordio nei luoghi del divertimento, andando in un locale notturno impostato come i locali country americani. Qui la gente era fedelmente addobbata con jeans stretti, camice a quadri con cravattino, gilet, cintura con borchia ed enormi cappelli western. La musica era di riferimento ed accompagnava i giri di bevute al banco bar. Di fronte vi era l’affollata pista da ballo dove un gruppo misto ballava in gruppo in un modo per me buffo che pareva a metà tra l’Hully Gully e una danza tipica tirolese. Oltre la pista vi erano gli immancabili biliardi.

Facemmo un paio di partite, senza conoscere le regole e poi ce ne andammo a letto.

 

 

Il giorno successivo andammo in spiaggia.

Vi erano delle aree dove la gente si concentrava e non riuscivo a capirne le motivazioni, anche perché non c’erano stabilimenti balneari come li intendiamo noi.

Avvicinandoci ci rendemmo conto che vi erano le torrette dei guardia spiaggia. Erano degli omaccioni con delle cuffie gialle e rosse in testa che li rendevano molto visibili e che se ne stavano su delle sedie rialzate stile arbitro del tennis. Alla base vi erano surf e gommone per l’eventuale intervento in mare. Così riuscivano a tenere sotto controllo i bagnanti che, molto educatamente, si lasciavano controllare. Devo dire che il mare è molto più pericoloso del nostro e rimanere avviluppati dalle sue spire è piuttosto facile. Senza contare il pericolo squali. Là ho compreso che attaccano solo i surfisti, scambiando la forma della tavola per la loro preda preferita: la foca.

 

 

Camminando sulla spiaggia vedemmo una traccia di un piede con una malformazione. Uno di noi, un po’ deviato verso il feticismo, fece tutta una filosofia sulla qualità della vita che si poteva notare facilmente dalla postura dei piedi: una persona dai piedi rovinati non doveva fare una vita piacevole.

Ci lasciammo prendere dalla stupidaggine e inseguimmo quelle tracce fino a trovare il colpevole. Si trattava di una donna, oggettivamente un po’ lasciata andare, che passeggiava. L’aspetto esteriore andò a confortare la tesi del feticista e decidemmo di tranquillizzarci e di sederci là a prendere il sole.

 

 

Come mi toglievo la maglietta, ormai, facevo il bagno nella crema protezione venti, terrorizzato come ero dai raggi del sole.   Quindi passai un bel po’ ad umettarmi di questa pozione.

Poi mi dedicai a guardare le persone che mi circondavano dal bagnasciuga: non riesco a stare fermo sulla spiaggia, mi annoio.

Non mi accorsi che il feticista si era allontanato. Ad un certo punto mi girai verso il luogo dove avevamo disteso i teli e vidi in lontananza arrivare il feticista con qualcosa sottobraccio.

Aveva il suo telo giallo che copriva qualcosa. Quando arrivò da noi velocemente inserì l’involucro dentro alla zaino. Gli chiesi di cosa si trattava ma lui si mise a ridere e disse che ce lo avrebbe fatto vedere più tardi.

Decidemmo di andare a pranzo immersi nella curiosità.
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