Durante quei giorni, essendo, ormai, alla fine del viaggio, cominciarono a venir meno le motivazioni esplorative.
Soprattutto il compagno che era rimasto afflitto dalla sbronza e dal conseguente effetto deletereo, volle tirare i remi in barca e volle cercare una forma di riposo.
Il viaggio di ritorno ci sembrava uno spettro non facilmente esorcizzabile. Oltre alla durezza fisica del volo, delle attese negli aeroporti per gli scali, vi era il rientro nella normalità, nel quotidiano, nel lavoro che diventava immagine sempre più nitida e angosciante.
Ci trovammo di fronte ad un bivio già percorso in altri viaggi quando ci era capitato di vedere in maniera diversa la vacanza.
Con l’altro compagno decidemmo di andare a vedere le Blue Mountains.
Quindi ci dividemmo.
Lasciammo l’altro da solo che se ne andò a Bondi beach a prendere il sole.
Il tutto in buon accordo, naturalmente.
Non fu bello, però, dividersi, per nessuno dei tre: erano troppe ormai le giornate trascorse assieme, per cui, anche di fronte ad una gran bella gita avvertimmo la sua mancanza.
Per lui, che trascorse la giornata da solo, questo concetto valse il doppio.
Al nostro ritorno, nel pomeriggio, come eravamo rimasti d’accordo, passammo a prenderlo e fu estremamente felice di rivederci. Gli era venuto meno anche il pensiero del riposo.
La sera decidemmo di fare un’ultima cosa tutti insieme prima di ripartire.
In albergo ci avevano detto che si potevano fare escursioni guidate sull’arco alto dell’Harbour Bridge, il ponte che, assieme all’Opera House, teatro bianco, a forma di vele gonfiate dal vento, costituisce l’immagine internazionale di Sidney.
Eravamo piuttosto eccitati, dopo aver prenotato l’escursione, perché ci veniva descritta come un’esperienza piuttosto forte, rischiosa.
Al mattino successivo, andammo alle otto all’appuntamento sotto al ponte, dove apposite guide costituirono due gruppi di dieci persone ciascuno. Ci consegnarono delle tute grigie, dei cappelli ed un cinturone con un grosso gancio da alpinista. Ci fecero lezione di comportamento in ascesa e ci salì l’adrenalina: per come ci veniva descritta, stavamo effettivamente per fare un’ascensione particolarmente pericolosa.
Una volta saliti sull’arco, ci agganciarono ad un tondino di ferro che ne faceva il percorso fino all’apice. L’unica vera difficoltà stava nello sganciarsi e riagganciarsi, ogni qual volta si incontravano le colonnette a cui era collegato il tondino.
Ricordo che tutti poggiavano i piedi con un’attenzione millimetrica, nonostante i rischi fossero realmente minimizzati.
Quando arrivammo alla meta, ci rendemmo conto di aver raggiunto un’altezza di tutto riguardo. Il vento era abbastanza violento, quindi l’adrenalina trovò una propria logica. Le guide spiegarono la pericolosità del lavoro di costruzione di quell’arco e ci riportarono a terra.
Quando arrivammo eravamo felici e, direi, abbastanza entusiasti.
Avevamo fatto una cosa tutti insieme che aveva cancellato la discussione del giorno precedente.
L’ultima sera fu buffissima.
Durante il viaggio avevamo utilizzato un mini registratore per raccogliere i ricordi, invece fu utilizzato per le baggianate e frasi storiche. Per fare degli esempi, mi veniva messo in bagno, al mattino, per registrare la mia rasatura. Ho il vizio di ticchettare nervosamente con il rasoio sul bordo del lavandino, mentre studio dove applicarlo. Evidentemente li avevo angosciati con quel rumore e quello era il loro modo per farmelo notare.
Dopo cena ce ne andammo in una discoteca con il registratore.
Volevamo appuntare gli ultimi pensieri australiani.
Invece mi venne un lampo di genio improvviso. Cominciai a fermare le persone, spacciandomi per reporter.
A tutti chiedevo quali fossero le loro opinioni in relazione alle speranze portate dai futuri giochi olimpici ed alle difficoltà oggettive che ne sarebbero derivate nel vivere quotidianamente.
In tempo di mezz’ora avevo conosciuto tutti e tutti facevano a gara per dire qualcosa nel registratore.
Non sto a dire che, grazie a questo mezzo, ebbi modo di conoscere tutte le donne del locale, facendo così sformare i miei compagni di viaggio.
Il nastro che ne uscì tuttora viene conservato gelosamente.
Il registratore fu una specie di cavallo di troia che mi permise di conoscere la gente ed i loro pensieri.
Da allora, in viaggio, lo abbiamo sempre portato dietro, ritenendolo oggetto indispensabile quanto la macchina fotografica ed il video tape.