La settimana successiva all’Operetta partimmo per il matrimonio negli States.
Il mio amico, nel periodo in cui mi ero occupato della stesura dell’Operetta, aveva prenotato voli aerei ed albergo a New York: lì avremmo fatto tappa prima di indirizzarci verso l’Arizona.
Fu abbastanza buffo quando la ragazza dell’agenzia di viaggi mi spiegò di chiedere dei letti individuali, “twins”, altrimenti ci avrebbero potuto scambiare per una coppia.
Eravamo in effetti affiatati: avevamo avuto una casa a Cervinia insieme per una decina d’anni, quindi ne avevamo passate di cotte e di crude, ma mai nel lettone!
Partimmo da Roma.
Ero entusiasta, vista la stanchezza che avevo accumulato, svolgendo i lavori veri e teatrali.
Devo dire che, all’arrivo, mi aspettavo maggiormente impressionante il contatto con la città.
Mi fu più chiaro il motivo appena salito sul taxi: avevo visto troppi film e telefilm ambientati a New York perché mi sembrasse una città nuova.
E’ tuttavia bellissima, completamente proiettata in verticale, con il polmone del Central Park nel cuore di Manhattan che la lascia respirare.
Ogni città da me visitata nel mondo ha un odore particolare. New York li ha tutti, essendo un coacervo di tutti gli abitanti del mondo.
Prendemmo alloggio a Broadway, sulla quarantasettesima strada, presso un albergo carino che, di fronte, aveva un teatro che aveva in cartellone Cats. L’idea del musical mi rese maggiormente a mio agio: avrei voluto essere regista o autore di uno spettacolo di gran successo come quello!
Cos’altro è New york se non una enorme fabbrica di sogni? Avevo diritto anche io di esprimere un desiderio…
Alla reception mentre chiedevo i famosi letti, mi venne da ridere. Ero rimasto più imbarazzato colla ragazza dell’agenzia, piuttosto che con gli inservienti dell’albergo.
Da qui, dopo una breve dormita riparatrice del jet lag, telefonammo in Arizona, alla madre della sposa. Devo dire che al telefono fui piuttosto timido. Mi chiedevo come avessero accolto la nostra conferma alla partecipazione. Invece mi fecero un’incredibile festa e rimanemmo d’accordo su come incontrarsi quando saremmo giunti là.
Avendo sistemato questa questione, decidemmo di fare un po’ di esplorazioni della città. La prima cosa che ci capitò fu di prendere dei caffè in una caffetteria. Qui ci venne consegnato un bicchierone di carta con tappo plastificato, stile bicchiere della coca cola. All’inizio pensavo che dovessimo berlo con la cannuccia, invece mi sbagliavo. Aveva un piccolo foro laterale che permetteva la fuoriuscita. Era chiaramente stato fatto per qualcosa che mi sfuggiva. Poi girandomi intorno mi resi conto che la gente correva per i marciapiedi con questi involucri in mano. La gente non aveva tempo neppure per fermarsi a bere un caffè.
Mi stupii dell’ottimo sapore delle paste. Me le aspettavo più industrializzate, al contrario di come erano, insomma.
Uscendo per strada rimani impressionato dal traffico che si addensa davanti ad un semaforo e, improvvisamente , viene rilasciato, con il verde. Per lo più t’impressiona il numero dei taxi e delle macchine nere di servizio. Non ci sono troppe macchine private in giro, o per lo meno, questa fu la mia impressione. Vi erano sempre, per strada, tombini da cui s’innalzavano colonne di fumo, esattamente come si vede nei film.