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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 11:50
martedì, 02 maggio 2006

Nel mezzo di questi avvenimenti continuavo imperterrito nel mio viatico teatrale.

Avevo avviato in maniera decisa le prove della commedia e, nello stesso tempo, avevo avviato anche il processo di elaborazione della struttura della nuova Operetta con gli studenti delle Feriae Matricularum.

 

 

Mi piaceva sentirmi completamente occupato.

Mi eludevo, così facendo, ogni altro spessore della vita. Non saprei dire se agissi così per il timore di affrontare nuove esperienze.

Oggi, piuttosto, credo che questo comportamento fosse determinato dalla condanna che mi ero affibbiato a seguito della donna del 1997 e che la pena, “sostitutiva della detenzione”, che mi ero afflitto, stava in quei lavori che accettavo e svolgevo senza soluzione di continuità in un ambiente ristretto e rassicurante quale era quello determinato dalle mie passioni.

Oggettivamente speravo che certe soddisfazioni, che avrebbero dovuto sortire dai buoni risultati teatrali, fossero di cura e lenimento della mia non attività sentimentale.

 

 

In ogni caso le prove con i miei attori furono diverse da quelle a cui mi ero abituato con gli studenti: avevo maggior bisogno di far sviluppare le parti piuttosto che insegnare la dizione o la posizione scenica. Questo fu motivo di ulteriore sviluppo del mio interesse nello sviluppo delle mie capacità direttive.

Il cambio mi appariva sostanziale per evitare la meccanicità del lavoro e la curiosità di sperimentare strade alternative aveva di nuovo preso il sopravvento.

Così misi molto impegno e arrivai poco stressato alla conclusione dell’impegno.

 

 

Il teatrino ci venne concesso per una settimana per l’allestimento finale. Amavo, in quei giorni, cenare con gli attori per poi andare a fare la prova notturna fino alle due del mattino. Fu un’impresa abbastanza ostica adattarli al palco ma, alla fine ci riuscii.

Ricordo che, durante una prova, mentre inveivo contro gli attori che continuavano a sbagliare una scena, vidi apparire alle mie spalle un giovane in camicia. Con una certa aggressività, preso dall’andamento scenico, gli chiesi chi fosse e chi lo avesse fatto entrare. Ebbene si trattava del giovane parroco a cui l’arcivescovado aveva affidato la gestione del teatro ed ebbi un certo imbarazzo nel cercare di giustificare quella mia protervia.

Devo dire che gli attori si divertirono molto e la commedia risultò più che gradevole, nonostante oggi pensi che avrei dovuto tagliarla un bel po’ per darle un ritmo maggiore.

Volendo trarne le somme direi che il primo risultato che avevo ottenuto era stato di tenere insieme quel gruppo nel quale le amicizie risultarono alla fine rafforzate e dove si vennero a creare anche degli amori.

Questo mi parve già di gran soddisfazione personale.

In secondo caso avevo prodotto un lavoro creativo con mezzi minimi di buon livello e questo riportava ai miei primordi, quando costruivo fisicamente lo spazio teatrale oltre che lo spettacolo.

In sostanza avvertivo l’operazione come gesto epicamente eroico, distante dagli spettacoli più ricchi che producevo con l’Operetta.

 

 

Dopo l’ultima serata gli attori che mi erano evidentemente grati, mi regalarono una bandiera antica della mia Contrada. Questo gesto mi inorgoglì. Non era un regalo fine a se stesso, quello. Nella nostra tradizione, la bandiera veniva portata al primo alfiere dal Popolo affinchè ne fosse rappresentante per le Feste nel Campo. Volli così interpretare il loro gesto: come se fossi stato ritenuto da loro, come era, nel passato, per il primo alfiere, rappresentante fiduciario della Contrada.

Così, di notte, in pieno inverno, rientrai dentro ai confini del nostro Rione sventolandola con tutti gli attori dietro.

 

 

 

 

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postato da lucavirgili alle ore 12:14
lunedì, 24 aprile 2006

Ero rimasto abbastanza colpito dall’elezioni del Sindaco.

Pareva normale, visti i tanti anni di gestione del potere dell’uscente, che venisse accontentato dal partito e gli venisse offerta la poltrona della Fondazione della Banca.

Invece coloro che si erano legati a lui in quegli anni gli si rivoltarono contro e parteciparono all’ostracizzazione.

 

 

Questa perdita delle sicurezze acquisite mi stimolava intellettualmente e, dopo tanti anni che non scrivevo più in prima persona una commedia, intendo firmandola integralmente con il mio nome e con il cognome, decisi di farci una vicenda.

 

 

Così durante l’estate, mentre mi riparavo dalla calura in ufficio, cominciai a studiare l’evoluzione della trama. Era una commedia molto diversa dalle mie precedenti, dove andavo a sottolineare le difficoltà di comunicazione fra uomini e donne, le crisi della famiglia, difficili relazioni con i figli.

Oltretutto anche la classe sociale di appartenenza dei miei nuovi personaggi doveva esser maggiormente elevata rispetto al solito, visto che fino a quel momento mi ero interessato della classe medio bassa. Quindi mi parve allo stesso tempo interessante per la curiosità dello studio, ma anche strana per il distacco dalle tematiche a me familiari.

 

 

Scelsi un personaggio storico della mia città, per tracciare la linea di conduzione della vicenda, un signore rinascimentale di Siena. Il personaggio principale, proprietario di una azienda, si finge pazzo e compenetrato psicologicamente nella figura storica di cui sopra.

Credendolo pazzo, i parenti, azionisti dell’azienda, a partire dalla moglie, fanno di tutto per farlo interdire e prendere il potere. Se non che il personaggio principale si svela come sano e, trovato un nuovo amore nella segretaria, fa piazza pulita di tutti i traditori, ormai evidenti, lasciandoli sul lastrico.

 

 

Mi posi il dubbio di dove realizzare la commedia.

In quei giorni estivi venivano terminati i lavori di ristrutturazione di un teatrino parrocchiale, in pieno centro. Si trattava di un teatro vero e proprio, se pur microscopico, con tutte le accortezze moderne. Oltretutto aveva il fascino del contenitore di tanti spettacoli nella storia, quindi poteva essere stimolante rappresentare là dentro.

Venne organizzata là dentro una manifestazione del teatro di Contrada. Avevo la commedia ormai pronta e decisi di aderirvi.

Era la fine d’agosto.

 

 

Feci in modo di fissare la data dello spettacolo in maniera tale che non ledesse la regia dell’Operetta e cominciai ad organizzare lo spettacolo, che finanziai individualmente.

Scenografia minima, visto che era organizzata tutta in un interno, costumi semplici.

Non avemmo bisogno di altro visto che il teatro era così piccolo da non destare la necessità di luci particolari.

 

 

La sera dopo cena, convocavo a due a due gli attori storici che avevano recitato per me in passato. Leggevo loro la commedia affinchè fossero convinti della bontà del lavoro e dessero la disponibilità alla messa in scena. Accettarono con entusiasmo tutti quanti.

Al gruppo storico aggiunsi qualche attore nuovo, naturalmente inesperto, ma che avrebbe portato nel gruppo quella ventata di novità indispensabile per dare maggiori motivazioni comuni.
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postato da lucavirgili alle ore 11:45
lunedì, 06 febbraio 2006

Mi ero affezionato ai giovani liceali.

Durante il periodo estivo ci incontrammo più volte e decidemmo insieme di ripercorrere l’esperienza della Commedia anche per l’anno successivo.

In verità ero contento di questa nuova direzione, un po’ per una forma egoistica di manifestazione artistica ed un po’ per la questione affettiva.

E’ piacevole avere dei ragazzi che ti ammirano.

 

 

Provammo ad immaginare qualcosa che non era mai stato fatto. Saltammo a piè pari la parodia di personaggi o drammi classici e provammo a scriverne una ex novo. Il tema era basato sulla ricerca individuale della maturità, intesa non nel senso scolastico dell’esame, ma come tensione dell’adolescente a diventare adulto, senza rendersi conto che la scoperta del nuovo status quo avviene solo quando si ottengono gli strumenti per riconoscerlo.

 

 

Dovevamo cercare un tema che fosse un po’ ruffiano e, nello stesso tempo ci distanziasse dagli altri precedenti.

 

 

Scegliemmo il mito di Atlantide.

Quando ci trovammo di fronte all’elaborazione, trovammo appoggio solo nei due passi in cui Platone ne parla.

Era troppo poco per organizzarci lo spettacolo. Optammo per inventare, ex novo, tutta quanta la vicenda.

Venne fuori una storia piena densa, forse sin troppo. Ma fu stimolante affrontarla.

 

 

Con piacere ricordo quando andammo a presentarla a scuola.

Il Preside ci aveva affidato al suo vice. Aveva mantenuto la sua figura di “capocomico”, ma, quell’anno, non se ne volle occupare direttamente.

Quando lo vidi ebbi un’espressione di compiacimento: avevo ritrovato il mio compagno di viaggio del primo giorno del militare. E’ strana la vita che, a volte, ripropone a distanza di tempo, in questo caso dieci anni esatti, persone, conoscenti, amici. Il fatto straordinario è che, con questi riuscirai, nonostante la distanza spazio-temporale degli incontri, a vivere situazioni come se ti fossi lasciato pochi giorni prima.

 

 

Ebbene Dario, questo è il suo nome, mi affiancò per tutto il percorso e mi fornì soldi sufficienti per l’organizzazione dello spettacolo.

Tanto era preso che arrivò fino al punto di patirlo insieme a me, sino alla fine del debutto.

 

 

Altre volte sono stato sorretto dalla committenza nelle sofferenze della direzione. Molti sono amici indelebili.

Quell’occasione fu per me e, forse potrei azzardare per noi, l’opportunità di vivere di nuovo insieme un’esperienza riunificatrice e solidale, un po’ come quel viaggio verso la caserma del CAR.

 

 

L’amicizia è importante e quando la si incontra va coltivata.
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postato da lucavirgili alle ore 11:59
mercoledì, 01 febbraio 2006

 

 

Avvertivo, in quel tempo, l’esigenza di produrre qualcosa di mio.

Mi venne in mente di provare a raccogliere i lavori che avevo prodotto nei dieci anni precedenti. Si trattò di un’esperienza completamente nuova.

Chiesi ad un amico che aveva appena avviato una casa editrice se avesse avuto piacere nel pubblicare le mie commedie. Mi disse subito di sì. Ci mettemmo d’accordo sulle modalità economiche del lavoro e iniziai a recuperare i miei copioni. Molti di essi erano scritti a macchina- all’epoca dei miei primi esperimenti non era comune l’uso del PC. Oggi ci può sembrare strano, ma appena venti anni fa tutto era molto diverso. Razzolando tra i miei cassetti recuperai anche gli appunti ed i primi testi completamente scritti a penna. Oggi la penna non la uso quasi più e, addirittura, mi fa abbastanza impressione tenerla in mano.

Dovetti far ribattere tutto al PC e trasformarlo in materiale elettronico. Nel frattempo preparai il mio primo sito in internet, che doveva servire per appoggiare il lancio del libro. Venivano rivolte speranze nella forma di pubblicizzazione virtuale che non trovavano nell’immediato l’approvazione dell’utenza, che era, tra l’altro, ancora molto bassa rispetto all’attuale.

Alla fine del mese di maggio fui in grado di presentare il libro, “Fresco, quattro commedie per grandi e cinque atti unici per bambini”, presso una sala di Palazzo Berlinghieri, un edificio posto in Piazza del Campo a fianco del Palazzo Comunale.

Avevo fatto richiesta di questo spazio pubblico all’allora sindaco, il quale vide bene di fornirmi la sala in concomitanza della presentazione di un’”opera d’arte”, detta “La Pera” di Cragg, uno scultore di fama internazionale. La scultura in questione, come viene descritta dal nome, era un’enorme serie di dischi sovrapposti che andava a formare una specie di pera. Questa mia è una versione eufemistica di quella forma. I Senesi ebbero ben altre parole per definirla, in maniera caustica.

Venne presentata in Piazza S.Agostino e, la sua apposizione, trovò una feroce contestazione da parte della cittadinanza.

La trovavano deturpante dell’estetica di quella parte della città.

La pera fu poi acquistata e posta nei giardini del Collegio Tolomei, fuori della portata della fruibilità quotidiana.

 

 

Praticamente la mia presentazione servì a quel sindaco per distogliere un po’ di attenzioni dalla contestazione.

 

 

In ogni caso l’evento venne bene.

Venni introdotto da Maria Grazia, la intelligente donna che mi aveva lanciato come autore agli inizi degli anni novanta e da tutti gli altri dirigenti della mia Contrada che, durante il loro mandato, avevano sponsorizzato i miei spettacoli.

 

 

La parte pubblica mi aveva fornito il Direttore del Museo Civico, al posto dell’Assessore alla Cultura che, evidentemente, era impegnato alla difesa della Pera. Non ci fu affatto da lamentarsi delle sue parole che furono di estremo elogio del mio operato. Mi paragonò, per l’occasione, agli scrittori accademici dei Rozzi, antesignani del teatro moderno e questo mi inorgoglì molto.

Chiusi personalmente la discussione affermando che se avessero continuato a parlare così bene di me avrei trovato anche moglie.

Trovai una risata generale sdrammatizzante e mandai tutti al cocktail party che avevo organizzato a seguire.

 

 

Il libro mi fu diffuso nei giorni immediatamente successivi da tutte le librerie senesi e terminò abbastanza velocemente.

Ne tenni da parte un centinaio di copie per i miei regali personali.

E’ abbastanza buffa, a distanza di anni, la copertina.

Avevo scelto una mia fotografia da bambino, con i pantaloncini corti, mentre vado sintonizzare un canale del televisore di casa, un vecchio Brionvega col trasformatore, risalente agli anni sessanta.

 

 

La foto divenne prodroma degli eventi successivi.
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postato da lucavirgili alle ore 11:41
mercoledì, 11 gennaio 2006

Trovai un momentaneo aiuto nella mia tradizionale attività teatrale.

Terminai di scrivere verso il mese di giugno e avviai la procedura produttiva. Radunai tutti gli attori della mia compagnia che, con entusiasmo aderirono al progetto. Nonostante fossero trascorsi tre anni dall’ultimo spettacolo che avevo fatto con loro non avevano perduto la voglia di esibirsi.

Convinsi prestamente i dirigenti della mia Contrada della bontà del progetto e, visti i tempi organizzativi, decidemmo insieme le date dello spettacolo. Lo avremmo rappresentato agli inizi d’ottobre, in uno stabile gestito dalla Contrada, un ex mercatino rionale, che doveva essere adattato in funzione teatrale. La scenografia unica ci consentì di organizzare il tutto senza eccessi di fatica. Per il resto trovai tutto: delle pedane che foderai in basso con della stoffa rossa, un bel sipario da un piccolo teatro dismesso, delle quinte nere sempre provenienti dallo stesso teatro, un service luci e audio a bassissimo costo.

Ricordo che andavo fiero del titolo “Tracce d’affetto”. Mi pareva così efficace e, per me, lo era sicuramente.

Era la rappresentazione di una coppia che, alla fine del ciclo educativo dei figli, si trova nel bel mezzo di una crisi matrimoniale.

 

 

Ero io in evidente ricerca di queste tracce, in realtà.

Inconsciamente, s’intende.

Alla fine di luglio, mentre mi stavo preparando per l’inizio delle prove, incontrai una ragazza che non vedevo da tanti anni. Era stata per un periodo di studi post laurea in Inghilterra.

Lei era colei che, insieme al fidanzato, mi aveva raccolto alla fine delle Feriae Matricularum del 1993, dopo il malore. Se avrete la pazienza di tornare indietro nel racconto, troverete più dettagliata quella vicenda.

Passammo una serata da amici, con i tipici racconti di vita.

Mi disse che a giorni sarebbe dovuta andare a Zurigo per sperimentare una occasione di lavoro ma che, al suo ritorno, ci saremmo dovuti rivedere. Ci salutammo con affetto e ci lasciammo, per quanto riguarda me, come quando l’avevo incontrata.

Al suo ritorno venne a trovarmi al bar dove usavo prendere l’aperitivo, prendemmo qualcosa da bere insieme e mi invitò a cena.

Le chiesi se ne fosse certa, del resto era ancora fidanzata con lo stesso ragazzo da tempo. Mi rassicurò e fissammo un appuntamento per due giorni dopo.

 

 

Al mattino successivo accadde un incredibile incidente a mia sorella: mentre andava in bici, cadde. Non abbiamo mai saputo se fosse stata travolta da un auto o meno, visto che non ha ricordi dell’accaduto. In ogni caso venne trasportata in ospedale con il fegato in cattivissime condizioni. Il manubrio le si era conficcato nell’addome ed aveva perduto l’ottanta per cento delle funzionalità di quell’organo. Vi potete immaginare la paura mia e dei miei genitori.

Trascorsa la prima giornata in terapia intensiva, dove i medici paventavano l’ipotesi di un trapianto, il giorno successivo potemmo tirare un primo sospiro di sollievo: il fegato aveva iniziato a migliorare. Venne escluso l’intervento e la notizia di una lunga degenza venne accolta come la migliore delle notizie. Il fegato è un organo che è in grado di rigenerarsi e ci sarebbe voluto un bel periodo per tornare in grado di svolgere la propria funzione essenziale, ma ce l’avrebbe fatta.

 

 

Fui indeciso fino in fondo se andare a cena con quella ragazza o meno, ma vista l’evoluzione positiva degli eventi, decisi di festeggiare ed andare.

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