Decidemmo, quindi, di andare in Costa Rica.
Eravamo affascinati dall’idea di attraversare il centro America. Inoltre il Costa Rica era la nazione che ci destava le preoccupazioni minori per quanto riguardava la sicurezza. Tutte le guide turistiche la descrivevano come una specie di Svizzera latino americana.
Come al solito, prenotammo l’aereo e il primo pernottamento presso l’hotel Corobici.
Partimmo dalla Guaira nel pomeriggio. Presso quella latitudine, verso una certa ora del pomeriggio, si scatenano sempre degli acquazzoni pazzeschi.
Ecco mentre ci stavamo dirigendo nella rotta verso San Josè, incontrammo una di queste tempeste. Gli assistenti di volo stavano servendo un pasto, quando un fortissimo vuoto d’aria scosse l’aereo in maniera tale da far volare tutte le pietanze ovunque. Si accesero immediatamente le luci per l’aggancio delle cinture di sicurezza. Un passeggero di origine indiana, lo dico in quanto aveva un turbante fucsia in testa, si alzò dal sedile come se avesse perduto la luminaria e si indirizzò verso la prima classe. Venne bloccato da due assistenti di volo ed, in malo modo, venne costretto a sedere in un sedile vuoto dove venne assicurato. Uno dei miei compagni di viaggio, sempre spaventato dall’aereo, si mise a pregare verso l’oblò, come se da lì potesse essere visto meglio da Dio. A me venne una crisi di riso: probabilmente era una forma di alleggerimento della tensione.
Un altro scossone ci colse impreparati. Questa volta fu violentissimo. Il pannello centrale del soffitto del corridoio si staccò, ma, grazie a Dio, non prese nessuno. L’aria condizionata proiettò getti densi, freddi e nebbiosi dentro l’abitacolo. Scesero le maschere dell’ossigeno.
A questo punto i piloti portarono l’aereo ad una quota più bassa e ci comunicarono che avremmo dovuto fare uno scalo tecnico in Colombia, presso l’aeroporto di Cartagena de Indios.
Finalmente atterrammo.
Ci fecero uscire. Dovrei dire che ci veniva da baciare la terra come il Papa.
Il cambio di temperatura era imponente. A terra vi era un tasso di umidità pauroso e, fra lo spavento appena passato e la temperatura alta veniva da soffocare.
Oltretutto non ci fecero uscire da un hangar aperto, circondati dalle forze dell’ordine colombiane con cani anti droga.
Che pensavano che gli si portasse noi? La producono loro!!!
Sta di fatto che i passeggeri dell’aereo, si radunavano, come greggi di pecore, sotto ai getti d’aria prodotti da ventilatori a pala appesi sui soffitti.
Ci comunicarono, dopo due ore, che potevamo imbarcarci di nuovo. Tutti speravamo che ci avessero cambiato l’aereo. Invece ci accorgemmo di essere sullo stesso e fu poco rassicurante.
Una delle poche cazzate dette fu detta da uno dei miei compagni: “se si muore, oggi non abbiamo niente da temere, perché si muore tutti insieme e non si lascia nessuno da ricordare agli altri!”. Fu maledetto e, dopo gli scongiuri del caso, facemmo il resto del viaggio in silenzio.
La tempesta ci inseguì fino all’atterraggio a San Josè. Durante la manovra si staccò di nuovo il pannello del corridoio e di nuovo ci fu la nebbia nell’abitacolo.
Ma eravamo a terra! Maledicemmo la Viasa, la compagnia aerea di bandiera venezuelana, della quale ci eravamo stupidamente fidati e ci dirigemmo verso l’hotel Corobici.